Alex Chinneck mette le zip a un palazzo per uffici abbandonato e lo trasforma in una via di mezzo tra una borsa e una polo

Alex Chinneck, Open to the public, All images by Marc Wilmot

Alex Chinneck, Open to the public, All images by Marc Wilmot

Rendere un palazzo per uffici, per quanto piccolo, simile a un capo d’abbigliamento sembra un’impresa impossibile ma lo scultore britannico Alex Chinneck (ne ho parlato ad esempio qui) c’è riuscito.

Il progetto d’arte pubblica si chiama ’Open to the public’ e Chinneck l’ha realizzato in segreto lavorando su un piccolo edificio prossimo alla demolizione in un Kent (Regno Unito) arroventato da una delle estati più calde di sempre per il nord Europa. Così, da un giorno all’altro, il palazzo degli anni ’60 si è tramutato in una via di mezzo tra una enorme borsetta e una polo. Mancavano i bottoni o la tracolla, ma le grandi zip che occupavano la facciata anteriore (aprendola per metà) e quella posteriore (facendone intravedere gli interni), tanto bastavano.

Questa come le altre sculture di Alex Chinneck spalanca le porte dell’immaginazione facendo del tessuto urbano un luogo inconsueto e ironico. Si parla spesso di opere surreali anche se in realtà i suoi progetti di arte pubblica hanno poco a che vedere con il sogno, dove la realtà è trasfigurata, ma mixano dimensioni diverse della quotidianità dando l’impressione a chi le vede di muoversi all’interno di una enorme vignetta tridimensionale.

Per quanto Alex Chinneck abbia detto più volte che gran parte del suo lavoro consiste nel districarsi tra i regolamenti urbanistici per trovare il modo di realizzare le sue visionarie creazioni, quello che colpisce nelle sue scultore è la dimensione artigianale. Fa tutto da se o quasi sperimentando sempre nuovi materiali e soluzioni.

Open to the pubblic’ di Alex Chinneck è un progetto d’arte pubblica effimero: inaugurato il 2 di agosto per rimanere visibile fino alla demolizione del palazzo per uffici. Per vedere, invece, altre opere dell’artista britannico c’è tutto il tempo seguendolo su Instagram o consultando il suo sito internet.

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Aglow il coloratissimo esagono fatto di 169 ciotolone fluorescenti di Liz West che sta’ per arrivare a Milano

© Aglow by Liz West, 2018. Image courtesy Nemozena | Julien Philippy

© Aglow by Liz West, 2018. Image courtesy Nemozena | Julien Philippy

La nuova installazione di Liz West (precedentemente) si intitola ‘Aglow” l’artista l’ha collocata nel cortile del Musée Nissim de Camondo durante la settimana della moda di Parigi. E’ un grande esagono composto da 169 ciotole d’acrilico dai colori fluorescenti, accostate e riempite d’acqua. Tutto qui. Eppure la West con un gioco di luce naturale riflessa anche questa volta è riuscita a modificare l’ambiente in cui è stata posizionata.

"Le ciotole in acrilico offrono una superficie concava altamente riflettente- ha spiegato Liz West- consentendo agli spettatori di vedere l'ambiente circostante in una nuova luce fluorescente e colorata. Le singole ciotole raccolgono anche l’acqua piovana, aggiungendo una dimensione extra all'opera e un'altra superficie riflettente in cui osservare l’ambiente dello squisito cortile del Musée Nissim de Camondo nel centro di Parigi ".

Liz West vive a Manchester e con il suo lavoro continua ad esplorare lo spettro cromatico con ben ferme in mente due domande: quanto il colore incide sull’architettura? E: che risposta induce nelle persone? La sfida delle sue installazioni sta’ nella semplicità. Gli elementi compositivi sono ridotti all’osso, le forme rigorosamente geometriche, spesso ripetute. A volte usa solo luci artificiali colorate. Il segreto delle sue opere, invece, è il rigore con cui vengono realizzate senza lasciare nulla al caso, valutando e sfruttando ogni caratteristica del luogo in cui vengono posizionate.

Aglow è frutto della collaborazione di Liz West con il brand di moda Nemozena. Il marchio nato da un anno o giù di lì a Dubai ha sede a Milano e sfrutta l’alta capacità artigianale di alcune manifatture italiane. Non c’è quindi da stupirsi se dopo Parigi l’installazione dell’artista britannica verrà presentata a Dubai per sbarcare in fine a Milano. (via Creativeboom)

© Aglow by Liz West, 2018. Image courtesy Nemozena | Julien Philippy

© Aglow by Liz West, 2018. Image courtesy Nemozena | Julien Philippy

© Aglow by Liz West, 2018. Image courtesy Nemozena | Julien Philippy

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© Aglow by Liz West, 2018. Image courtesy Nemozena | Julien Philippy

Le fotografie aeree di Leah Kennedy che fanno diventare la Namibia simile a un quadro di Burri

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E’ una Namibia morbida, quasi liquida, tattile, fatta di colori caldi che si spengono nei grigio-azzurri di alcune rocce, quella che ritrae la fotografia aerea dell’ australiana Leah Kennedy.

Come capita quasi sempre quando le immagini vengono catturate dall’alto, gli scatti della Kennedy sconfinano nell’astrattismo. Richiamano un po’ le opere di Alberto Burri per la paletta di colori ma soprattutto per quella vaga sensazione di sofferenza lontana che riescono ad evocare senza appigliarsi a nessuna forma di narrazione..

Leah Kennedy non usa droni per catturare il paesaggio dall’alto . Scatta lei stessa da aerei ultraleggeri o elicotteri (per la serie dedicata alla Namibia gliene è toccato uno senza porte). E’ appassionata di fotocamere e attrezzatura fotografica. Della fotografia aerea ama l’ambiguità, la perdita del senso della prospettiva che è in grado di generare.

Per vedere altri scatti di Leah Kennedy ci sono il suo sito internet e gli account Facebook o Instagram.

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