Oltre cento artisti hanno minacciato azioni legali nei confronti della Biennale di Venezia 2026 se non verranno esclusi dall’elenco dei candidati ai “Leoni dei visitatori”; la Fondazione Biennale, in risposta, ha fatto sapere che i voti a loro favore non verranno conteggiati. Il problema è che, ad oggi, sono già circa la metà dei partecipanti nelle due sedi principali. E stanno crescendo.
La settimana scorsa una nuova polemica, potenzialmente più insidiosa delle precedenti, è divampata nel dibattito intorno alla 61esima Esposizione Internazionale d’Arte, confermando “In Minor Keys” come la biennale più litigiosa di sempre e una delle più tribolate in assoluto. E pensare che la curatrice svizzero-camerunense, Koyo Kouoh, prima di morire per un tumore appena diagnosticato (la primavera dell’anno scorso), l’aveva immaginata come un’oasi di poesia e contemplazione: “Fai un respiro profondo - scriveva - Espira. Rilassa le spalle. Chiudi gli occhi. Questa è un’invocazione (…) a rallentare il passo e a sintonizzarsi sulle frequenze delle tonalità minori”.
Prima dell’inaugurazione, le discussioni sui quotidiani si erano concentrate sulla partecipazione della Russia (anche se il padiglione russo è allestito ma non visitabile direttamente dal pubblico), per quanto fosse già chiaro allora che il vero nodo da sciogliere fosse Israele. Infatti, quando la giuria che avrebbe dovuto assegnare i Leoni (al miglior partecipante ad “In Minor Keys” e alla miglior partecipazione nazionale; quello alla carriera non sarebbe stato assegnato perché la signora Kouoh non aveva fatto in tempo a indicare nessun destinatario) ha affermato che non avrebbe preso in considerazione i padiglioni dei Paesi “i cui governi risultano coinvolti in accuse gravi sul piano internazionale” (facendo riferimento a procedimenti aperti presso la Corte penale internazionale), i nodi sono venuti al pettine.
L’artista Belu-Simion Fainaru, che quest’anno firma il padiglione israeliano (all’Arsenale), ha valutato una causa per razzismo e antisemitismo, e la giuria (che per contratto avrebbe dovuto pagare di tasca propria un procedimento legale) si è dimessa in blocco a pochi giorni dall’apertura dei cancelli alla stampa. Allora la Fondazione Biennale, per risolvere velocemente la questione, ha creato i “Leoni dei visitatori”. Esattamente nove giorni dopo, mentre “In Minor Keys” inaugurava finalmente al pubblico, un gruppo di artisti inviava la prima lettera in cui chiedeva di essere escluso dai candidati ai “Leoni dei visitatori”.
Era il 9 maggio e i firmatari erano 52 artisti di “In Minor Keys” (la mostra principale che si dipana tra Giardini e Arsenale) su 110 (non molti per la biennale, visto che la curatrice è morta prima di poterne individuare altri), cui se ne aggiungevano 16 nei padiglioni nazionali. Oggi sono 67 quelli di “In Minor Keys”, mentre 39 quelli dei padiglioni nazionali (senza considerare le location meno battute, i padiglioni sono in tutto soltanto 54). E la situazione comincia a diventare seria dato che, conti fatti, gli spettatori non possono esprimere il proprio voto per circa la metà dei partecipanti.
I nomi degli artisti, però, non sono stati tolti dalle email di votazione. Una portavoce della Biennale ha dichiarato al New York Times che l’organizzazione aveva mantenuto i nomi degli artisti per “garantire a tutti i visitatori la libertà di espressione” durante il voto. Aggiungendo poi che “i voti espressi per artisti o padiglioni che hanno firmato il rifiuto non saranno presi in considerazione”.
Ma i firmatari chiedono che i loro nomi non compaiano affatto: “L’elenco dei candidati include i nomi di artisti di In Minor Keys e anche di artisti che espongono nei padiglioni nazionali e che hanno esplicitamente ritirato la propria candidatura. Questo non solo crea confusione tra i visitatori, ma è anche palesemente irrispettoso nei confronti degli artisti che hanno chiesto il ritiro della propria candidatura”. Dicono di farlo in segno di solidarietà verso la giuria, anzi affermano esplicitamente: “Sia chiaro: non abbiamo nulla in contrario al concetto di consentire ai visitatori di votare per i premi”. Anche se era prevedibile che, in un mondo elitario e snob come quello dell’arte contemporanea, il conferimento diretto dei Leoni sarebbe stato guardato con un certo sospetto.
Senza contare che la presa di posizione della giuria adesso appare pretestuosa (né Russia né Israele avevano mostre all’altezza di un Leone). E che qualcuno tra loro o tra i firmatari anti-Leoni avrebbe potuto scegliere di essere clemente con la Biennale, che si trova a portare avanti una delle manifestazioni d’arte più importanti del mondo senza un curatore vivo e presente.
Tra gli artisti che si sono sfilati ci sono Chiara Camoni, che rappresenta l’Italia, e l’Austria di Florentina Holzinger (insieme a loro, tra gli altri padiglioni, Spagna, Paesi Nordici, Polonia, Francia e Gran Bretagna). Ma anche il cileno-portoghese Alfredo Jaar che ad “In Minor Keys” presenta un minuscolo cubo opalescente che semplicemente comprime dieci dei minerali più critici; Magdalena Campos-Pons con le sue sculture floreali in vetro e resina o la storica scultrice palestinese Vera Tamari.
Resta invece possibile votare per gli splendidi padiglioni di India, Australia e Canada o per la bravissima scultrice statunitense Kennedy Yanko e per l’altrettanto bravo scultore, pittore, ballerino, artista performativo e professore americano, Nick Cave, che ad “In Minor Keys” presenta un’installazione dolente e poetica piuttosto importante per numero di opere e dimensioni. Ma naturalmente sono molti di più gli artisti della Biennale di Venezia 2026 ancora in lizza per cui valga la pena esprimere il proprio voto.
