Inside my Own: “Rebecca” di Benni Bosetto al Pirelli Hangar Bicocca

Benni Bosetto “Rebecca” Veduta della mostra, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

"Rebecca" di Benni Bosetto al Pirelli Hangar Bicocca
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Il progetto “Rebecca” di Benni Bosetto (Merate, 1987; vive e lavora a Milano) presso lo Shed del Pirelli Hangar Bicocca di Milano è la prima personale dell’artista concepita in un tale spazio museale industriale che in questo modo muta totalmente la sua percezione.

L’ottima intuizione al riferimento letterario presente già nel titolo stesso del progetto é chiaramente alla base del concetto stesso del percorso sensoriale a cui é chiamato il visitatore. Infatti, nel romanzo “Rebecca” di Daphne du Maurier del 1938, la vera protagonista è la casa, spazio infestato dalla presenza della prima moglie.

Benni Bosetto “Rebecca” Veduta della mostra, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

Qui il riferimento letterario non è decorativo, bensì fondante. Il nome stesso “Rebecca”, che etimologicamente significa “legame, unione”, rimanda ai gesti dell’accogliere, del raccogliere e del trattenere, temi centrali nella poetica di Bosetto, in cui il corpo e l’ambiente si legano in una relazione intima e continua. Lo spazio diventa un organismo femminile vivo, psichico, uterino, quasi.

Bosetto riesce in un’operazione delicatissima e complessa; riesce a scardinare la monumentale freddezza e rigidità che connota gli spazi dell’Hangar andando a lavorare e operare sullo Shed, la sua parte più umana e dinamica, riscrivendola completamente. Lo Shed diventa in questo modo una casa-corpo rivestita di epidermide in cui le pareti sono coperte di carte da parati dipinte a mano dall’artista, i tessuti esprimono densità spaziale, l’architettura perde rigidità e acquista temporalità.

Benni Bosetto “Rebecca” Veduta della mostra, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

Appena si attraversa lo Shed si ha la percezione della sua dimensione domestica e corporea attraverso l’uso di pareti rivestite, moquette verdi, tappeti, porte, membrane, bocche, occhi. Bosetto disarma gli spazi e inserisce morbidezza, delicatezza, lentezza, dimensione domestica oltre a introdurre piacere e riposo come categorie politiche.

La mostra prevede anche la performance “Tango (II version)” con ballerini non professionisti che indossano copricapi raffiguranti animali e piante per creare una coreografia interspecie che va a trasformare l’ambiente in relazione viva per sottolineare la natura dell’innamoramento come forma di intossicazione.

Benni Bosetto “Rebecca” Veduta della mostra, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

Resta sempre una tensione di base sul contrasto tra rifugio/alienazione, casa/labirinto, protezione/isolamento. Il percorso va affrontato come un attraversamento procedendo per stanze emotive, nuclei corporei, tentando di abitare temporaneamente una realtà organica.

In questo percorso l’artista riesce a dissolvere del tutto la frontalità tradizionale della visione museale e sostituisce all’idea di esperienza quella di permanenza, del vivere sulla propria pelle una dimensione alternativa possibile, intesa come forma di resistenza femminile.

"Rebecca" di Benni Bosetto a cura di Fiammetta Griccioli al Pirelli Hangar Bicocca di Milano è visitabile gratuitamente (dal 12 Febbraio al 19 Luglio 2026).

Benni Bosetto “Rebecca” Veduta della mostra, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

Benni Bosetto TANGO!, 2024 Performance, “Vibrant Natures. On Decay and Rebirth”, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino, 2024 Courtesy l’artista e Emanuela Campoli, Parigi/Milano Foto Luca Vianello e Silvia Mangosio

Benni Bosetto Porta pannocchia, 2026 Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Prodotto da Pirelli HangarBicocca Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

Benni Bosetto “Rebecca” Veduta della mostra, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

Benni Bosetto Porta sussurri (particolare), 2026 Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Prodotto da Pirelli HangarBicocca Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

Benni Bosetto “Rebecca” Veduta della mostra, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

Benni Bosetto Confessionale animale, 2026 Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Prodotto da Pirelli HangarBicocca Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

Benni Bosetto “Rebecca” Veduta della mostra, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

Benni Bosetto Porta pomi d’oro (particolare), 2026 Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Prodotto da Pirelli HangarBicocca Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

Benni Bosetto Ritratto dell’artista Foto Alberto Nidola

Tutto su “In Minor Keys”: una Biennale di Venezia litigiosa in bilico tra fantasmi e bellezza

Un particolare della facciata del pdiglione Centrale di Otobong Nkanga. 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys  Photo by: Jacopo Salvi Courtesy: La Biennale di Venezia

Biennale Arte 2026, "In Minor Keys"
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Nel momento in cui entriamo dai cancelli della Biennale di Venezia l’aria è carica di elettricità. Saranno le nuvole gravide di pioggia che tingono di cupi toni plumbei l’acqua argentea della laguna, mentre i traghetti scaricano persone provenienti da ogni dove muovendosi come al rallentatore; o saranno le polemiche che hanno preceduto “In Minor Keys” portando alle dimissioni della giuria a pochi giorni dalla consegna dei leoni. Alle piante e alle altre molteplici varietà di vegetali e uccelli che popolano i Giardini della Biennale però ciò non sembra interessare (quest’anno c’è anche un orto sospeso della regista afroamericana Linda Goode Bryant, che dal 2009 affianca la sua attività artistica alla creazione e allo sviluppo di fattorie biologiche in aree di New York che non hanno accesso ai prodotti freschi): è primavera e la natura è rigogliosa e spettacolare come sempre. Anzi di più: di fronte al Padiglione Polonia (che tra l’altro presenta un bel progetto su acqua, linguaggio e disabilità) un gabbiano ha deposto tre uova e le sta covando. Secondo la direzione della Biennale di Venezia si tratta del primo caso documentato di un gabbiano che nidifica in un’area così centrale e trafficata dei Giardini; molti visitatori però lo scambiano per un’installazione vivente.

Ma alle persone interessa eccome. Con la coda dell’occhio vedo un uomo che porta un trench su cui è stato scritto (a mano, con una bomboletta spray) ”No jury no prize” e mi passa per la testa che probabilmente gli artisti e le delegazioni dei Paesi a cui sarebbero stati conferiti i leoni già sapevano e si sono visti sfilare il premio (un onore capace di coronare intere carriere) da sotto il naso. Di certo sono svaniti i sorrisi da gita fuori porta che avevano gli artisti indigeni invitati da Adriano Pedrosa a “Stranieri Ovunque” nel 2024.

E’ una Biennale litigiosa la 61esima Esposizione Internazionale d’Arte, “In Minor Keys”. Guidata da Koyo Kouoh che ha aperto al pubblico lo scorso 9 maggio (si concluderà il 22 novembre 2026).

I volti sono seri. In alcuni padiglioni più che altrove. La contestazione alla partecipazione della Russia, sfociata il giorno della pre-apertura (quella riservata alla stampa e agli addetti ai lavori) in una performance del collettivo artistico e attivista punk-rock russo Pussy Riot insieme alle ucraine del gruppo Femen, è ben nota (graziosa tra passamontagna rosa shocking e fumogeni in colori pastello), come sono noti i mal di pancia per la partecipazione di Israele (in questo caso coronati da una manifestazione meno colorata il giorno successivo davanti all’Arsenale dove, quest’anno, ha sede il padiglione del Paese medio orientale), ma ci sono state decine di altre polemiche che hanno attirato meno l’attenzione pur contribuendo a modificare il clima di quella che resta la manifestazione artistica più importante del mondo.

Khaled Sabsabi khalil, 2026 Eight-channel HD video installation with audio, acrylic paint on canvas, steel, black oud scent1300 × 1300 cm; 64 min 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Marco Zorzanello Courtesy: La Biennale di Venezia

Ne è un esempio la storia dell’artista libanese-australiano, Khaled Sabsabi, già invitato a far parte di “In Minor Keys” (dove apre il percorso all’Arsenale con la spettacolare “Khalil”, cioè “Amico Intimo”: una grande installazione- video circolare, in cui i dipinti astratti del signor Sabsabi si modificano costantemente, mutando e pulsando, mentre i suoni li accompagnano e il profumo di oud nero si diffonde nell’aria), era stato scelto anche per rappresentare il suo Paese d’adozione, ma, a pochi giorni dall’annuncio, la nomina gli è stata revocata perché sospettato di una passata vicinanza all’Islam radicale: lui ha negato, artisti e curatori hanno raccolto firme per sostenerlo, alla fine una commissione indipendente gli ha restituito l’incarico (il suo Padiglione Australia, in cui presenta un’opera simile ma ancora più bella di quella in Arsenale, è capace di mozzare il fiato).

E pensare che “In Minor Keys” doveva essere una Biennale di calma e poetica contemplazione, tra oasi vegetali e sfolgoranti momenti di carnevale ai tropici. Una Biennale dei toni minori.

Così l’aveva pensata Koyo Kouoh, la prima donna di colore a guidare la Biennale di Venezia e il secondo curatore di origine africana nella storia ultracentenaria dell’istituzione:

Fai un respiro profondo. Espira. Rilassa le spalle. Chiudi gli occhi - scriveva - Questa è un’invocazione a incontrare le parole che seguono nelle condizioni fisiche, meteorologiche, ambientali e karmiche in cui vi raggiungono. A rallentare il passo e a sintonizzarsi sulle frequenze delle tonalità minori. Perché, sebbene spesso siano sommerse dalla cacofonia ansiogena del caos che imperversa nel mondo, la musica continua”.

Un partcolare dell'installazione della mostra "In Minor Keys" all'Arsenale. Photo: ©Artbooms

Purtroppo la signora Kouoh è stata anche il primo curatore a morire (l’autunno scorso, per un tumore al fegato appena diagnosticato) molto prima di aver completato il proprio lavoro, lasciando il suo team di co-curatori (Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira cui si aggiungono la consigliera Rasha Salti, l’editore capo Siddhartha Mitter e l’assistente alla ricerca Rory Tsapayi) a portare avanti come meglio potevano un grande progetto a suo nome.

Ne è uscita una mostra composta da 111 artisti che operano con vari media (per lo più pittura, scultura, installazioni, arti tessili e video), provenienti da contesti geografici differenti (anche se gli artisti della diaspora africana e mediorientale sono la maggioranza insieme agli afroamericani): molti meno di quelli che presentò Pedrosa nella Biennale di due anni fa (erano 332) e anche di quelli che quattro anni fa erano serviti a Cecilia Alemani per disegnare “Il latte dei sogni” (allora erano 213). Ma non sono comunque pochi. I nomi sono quelli di chi con la signora Kouoh aveva fatto in tempo a lavorare quando dirigeva lo Zeitz Museum of Contemporary Art Africa (Zeitz MOCAA) a Città del Capo (in Sudafrica) o prima. Il signor Pedrosa dichiarò di aver dovuto fare il giro del mondo (in senso letterale e non metaforico) per ben due volte quando era stato chiamato a costruire “Stranieri Ovunque” ma lei è mancata prima di cominciare.

Non possiamo sapere come sarebbe stata “In Minor Keys” se a guidarla fosse stata davvero Koyo Kouoh, e il fatto che la Fondazione Biennale abbia deciso di non nominare un altro curatore alla notizia della sua morte è lodevole, ma la sua mancanza si sente.

Una scultura di Nick Cave all'Arsenale. Photo: ©Artbooms

E’ una Biennale listata a lutto “In Minor Keys”. Del resto il tema del dolore e della perdita ritorna più e più volte nella mostra. Aleggia nell’aria mentre l’iconico artista senegalese, Issa Samb, viene ritratto nel cortometraggio “Cap vers l’est” del regista senegalese Ican Ramageli “mentre vaga (…) nella soglia dove i vivi incontrano i morti”, e si concretizza nel ciclo scultoreo “Two points in time- At once” dell’artista, coreografo, ballerino e stilista afroamericano, Nick Cave, che dall’interno dell’Arsenale conduce fuori sul ciglio della laguna, e di cui ogni parte fa riferimento alle fasi del lutto. Il signor Cave è un fuoriclasse capace di spaziare da sculture in bronzo fino a installazioni di vassoi in metallo, fiori dipinti su oggetti domestici e autoritratti ricamati a mano. Il musicista australiano suo omonimo, di lui una volta ha detto: il suo lavoro è "un tentativo di trasmutare la sofferenza in una sorta di gioia consapevole e protettiva". E, in effetti, in Biennale le sue sculture ritraggono uomini addolorati dalla cui testa sbocciano fiori.

La signora Kouoh aveva fatto in tempo ad immaginare la Biennale d’arte 2026 come un’esposizione aperta (nel senso di viva, fluida, non museale) che dall’opera di due figure cardine (il già citato senegalese scomparso nel 2017, Issa Samb, e l’afroamericana mancata nel 2015, Beverly Buchanan) si irradiava sviluppandosi poi in vari temi (processioni, meraviglia, giardino creolo e scuole). Più facile a dirsi che a farsi perché le opere vanno installate, messe in dialogo le une con le altre, disposte secondo una struttura talvolta gerarchica e spiegate al visitatore. Ci vuole una regia (spesso di ferro viste le dimensioni della Biennale). E qui i nodi vengono al pettine: l’installazione fa acqua. Ed è un peccato perché, escludendo qualche sbavatura concettuale e qualche opera meno all’altezza di altre, “In Minor Keys” è una bella mostra.

Issa Samb, Installation view 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Andrea Avezzù Courtesy: La Biennale di Venezia

Ai Giardini le sale sono sovraccariche e gli “Altari” dedicati a Samb e Buchanan si perdono nel mare magnum di opere esposte, ma, complici i muri colorati (lì le pareti c’erano e grazie al cielo nessuno ha potuto buttarle giù) e la recente ristrutturazione del Padiglione Centrale, ci si muove agevolmente; la luce non manca. All’Arsenale (il progetto è stato concepito dai sudafricani di Wolff Architects, nominati dalla stessa signora Kouoh, insieme al team curatoriale, come un corridoione pressoché ininterrotto, lungo qualche chilometro) si perde tempo e si gira a vuoto, per vedere prima le opere che stanno a destra poi tornare indietro e guardare quelle a sinistra (c’è una profusione di sedute ma chi ha tempo di usarle in una mostra enorme, installata in una delle città più care al mondo?). L’illuminazione fa il suo lavoro ma non contribuisce a dare risalto alle opere (non essendoci pareti tutto è vagamente rossastro come i mattoni dell’Arsenale). Ma la cosa peggiore (in entrambe le sedi ma soprattutto all’Arsenale) è che non si trovano i cartellini che indicano chi è l’autore di un’opera e qual è il titolo dello specifico lavoro. Le pareti evocheranno anche la “logica tradizionale dello white cube” e simboleggeranno pure una “barriera geopolitica e istituzionale” ma, se non altro, hanno il pregio di fornire una superficie su cui attaccare i cartellini in bell’ordine, anziché abbandonare lo spettatore a se stesso.

Si naviga a vista in laguna. E mentre il paesaggio geopolitico nei Giardini della Biennale (specchio di quello vero) sembra espandersi e contrarsi (il Qatar, primo Stato dopo la Corea del Sud nel ’95, ha costruito un grande edificio per le sue mostre proprio accanto al Padiglione Centrale; Israele si è trasferita all’Arsenale, ufficialmente per ristrutturazione ma più probabilmente per motivi di sicurezza; e il Venezuela che negli ultimi anni aveva lasciato ammalorare la sua sede ha annunciato un restyling) alcuni Paesi hanno letto l’argomento di questa Biennale come un liberi tutti (l’Austria ad esempio). Cosa che non ha fatto il padiglione italiano (all’Arsenale) che presenta una foresta di sculture in argilla di Chiara Camoni: la prima donna a rappresentare l’Italia da solista. Invece gli Stati Uniti, di solito un faro della Biennale di Venezia, rimasti incagliati in una sterile lotta di potere interna (e probabilmente, almeno in parte, influenzati dalle ripercussioni dello scandalo Epstein) presentano le sculture del pur bravo (anche se, almeno a prima vista, un po’ anacronistico), Alma Allen, a vagare senza un senso né un contesto. Cadono anche i punti di riferimento quest’anno in laguna.

Ranti Bam Installation view 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Marco Zorzanello Courtesy: La Biennale di Venezia

In questo panorama non stupisce che parecchi artisti cerchino il favore degli spiriti: la franco-nigeriana, Ranti Bam, che con le sue sculture di argilla nera (all’Arsenale) crea un corpo e un riparo per i fantasmi, o l’indigena peruviana, Celia Vasquez Yui, che forma un congresso di spiriti guida interspecie ai Giardini. C’è poi il franco-algerino, Kader Attia, che parte dall’affermazione di uno sciamano vietnamita secondo il quale i virus informatici sono “entità spirituali” che cercano di ostacolare il dominio umano sul mondo virtuale, per costruire le sue installazioni. In queste ultime, Attia, si pone anche domande come: il mondo virtuale è popolato dagli spiriti? Loro cercano di prendere possesso di noi attraverso i dispositivi elettronici? In Biennale per ogni evenienza, in mezzo agli elementi della sua installazione, ci sono anche vari barattoli di erbe medicinali essiccate.

Il costume di Big Chief Demond Melanchon ai Giadini. Photo: ©Artbooms

Per esorcizzare i fantasmi nella 61esima Esposizione Internazionale d’Arte c’è anche l’elaborato e sfarzoso costume per l’inaugurazione di Demond Melanchon (grande capo degli Young Seminol Hunters, una tribù carnevalesca afroamericana di New Orleans; in mostra, sempre suoi, pure degli splendidi arazzi di perline), o il grande polittico dipinto della pittrice e scultrice afrocubana (ma residente negli Stati Uniti), María Magdalena Campos Pons, in cui, in mezzo ai fiori, appaiono i ritratti di Toni Morrison (prima donna nera a vincere il Nobel per la letteratura, mancata nel 2019) e di Koyo Kouoh, quasi a protezione della mostra.

Per la Biennale 2026 la signora Campos Pons ha lavorato in collaborazione con il musicista, ricercatore e produttore afroamericano, Kamaal Malak (figura di spicco nel panorama hip-hop dei primi anni ’90, il signor Malak ha in seguito ricevuto molta notorietà dallo studio sulla musica rilassante per cani intitolato “Music for my dog”). E’ una Biennale di musica e odori “In Minor Keys”.

Sono tante le installazioni sonore e olfattive esposte ma anche su di loro il modello senza pareti ha avuto un effetto deleterio: i suoni sfuggono confondendosi con i rumori di fondo, gli aromi semplicemente non si sentono (o comunque trovare il punto preciso da cui coglierli somiglia a una caccia al tesoro).

Particolare di un dipinto di Kaloki Nyamai esposto ai Giardini. Photo: ©Artbooms

Ma è anche una Biennale disseminata di bellezza “In Minor Keys”. Sono incantevoli le sculture di resina e vetro della signora Campos Pons che rappresentano magnolie dai colori vivaci in piena fioritura (qui simbolo di solidarietà tra donne nere); così come i dipinti (spesso di grandissime dimensioni) in bilico tra astrazione e figurazione, tra realismo e ritratto emotivo, che il keniota Kaloki Nyamai realizza su tele da lui stesso assemblate (con corda, sisal, fogli di giornale, tessuti, riporti fotografici e filati). Ma non sono da meno le opere della palestinese Vera Tamari. Peraltro laboriosissime: la signora Tamari, infatti, dopo una fase di ricerca e disegno, taglia le sculture in pezzi più piccoli, che poi si restringono ulteriormente durante la cottura, così lei dopo le leviga e riassembla come si trattasse di mosaici. Ai Giardini ha presentato “Tale of a Tree” (creata nel 2002 in risposta alla distruzione di ulivi da parte degli israeliani nella città in cui vive), composta da 660 piccoli ulivi in terracotta multicolore (uno per ogni albero andato perduto), l’installazione è posizionata su un vetro, cosicché ogni minuscola scultura proietti la sua ombra sul pavimento dando l’impressione di fluttuare.

Vera Tamari Tale of a Tree, 2002 Approx. 660 clay olive trees set on plexiglass base Photo transfer on plexiglass  Sculptures: 7 × 3 cm each; phototransfer: 118 × 119 cm; platform: 26 × 220 × 153 cm 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by:  Andrea Avezzù Courtesy: La Biennale di Venezia

Gli artisti che fanno riferimento al tema del paesaggio e ai motivi vegetali sono davvero tanti. Tra loro lo svizzero Uriel Orlow, che alla Biennale 2026 presenta ben 5 progetti, in cui si sofferma sulla comunicazione tra piante ma anche su quella uomo-pianta: l’artista, infatti, invita i visitatori a fare letture ad alta voce agli alberi chiedendosi: “cosa potrebbe piacere a una pianta?” Del signor Orlow tuttavia, vanno viste le fotografie da lui fatte ai contorni che i vegetali pressati in un erbario hanno lasciato sulla carta di protezione: sono eleganti e poetiche nella loro semplicità.

Restando sul tema del paesaggio è molto riuscita anche l’installazione di Theo Eshetu (nato a Londra da padre etiope e madre olandese, vive in Italia da anni) che usa un ulivo in vaso fatto ruotare a suon di musica e sulle cui foglie viene proiettato un video dello stesso albero in piena terra nel suo Paese d’origine, per parlare di sradicamento. Ma soprattutto l’opera dell’artista e autrice indiana, Himali Singh Soin, che insieme al compositore e percussionista, David Soin Tapesser, si è concentrata sulle regioni polari e sull’immaginario legato ai ghiacciai, nonché sulle strane e profonde connessioni tra il subcontinente indiano e l’Antartide. I due hanno affiancato registrazioni fatte a Delhi con paesaggi sonori artici, stampando poi l’onda sonora su cotone e seta usando solo seta ahimsa (o non violenta), cioè un metodo di produzione che non richiede l’uccisione del baco da seta. Nella loro opera persino il telaio produce una musica propria.

Una scultura di Kennedy Yanko per la Biennale 2026 (particolare). Photo: ©Artbooms

C’è poi chi pensa al riutilizzo dei rifiuti, come la statunitense Kennedy Yanko. Alla Biennale 2026 la signora Yanko ha prima schiacciato un container per creare tre sculture, che ha poi dipinto usando pennelli, scope, stracci e acqua. Ha anche aggiunto della “pelle di vernice” (cioè superfici di vernice acrilica essiccata, simili ai fogli usati dal grande pittore afroamericano Jack Whitten). Il risultato è brutale ed aggraziato, abbozzato e rifinito: davvero belle sculture.

Ma “In Minor Keys” è anche una Biennale di terra e metalli. Persino di storie sotterranee. Ne è un esempio l’opera del cileno, Alfredo Jaar, che (in collaborazione con il geografo e geologo politico Adam Bobbette) ha individuato dieci materie prime essenziali per l’industria della difesa e la rivoluzione verde (tra cui cobalto, litio, coltan e terre rare) e le ha pressate in un cubo opalescente di quattro centimetri quadri: “Il cubo brilla - dice la guida della Biennale - Lo desideriamo. Ne abbiamo bisogno. Il mondo finisce, ancora e ancora”. Oltre a quella della statunitense, Dawn DeDeaux, che rimasta profondamente colpita dai danni causati dall’uragano Katrina, mette spesso al centro del suo lavoro disastri ambientali e rovine. In Biennale presenta sia le sue famose superfici di vetro frantumato (ispirate dai danni che aveva trovato nella casa al mare dei suoi genitori dopo l’uragano, ricordano onde, sale e ghiaccio), che il frammento di un vero meteorite a monito della forza distruttrice della natura.

Sarebbero ancora davvero tanti gli artisti a meritare almeno una menzione in questo articolo, a riprova che “In Minor Keys”, la Biennale di Venezia 2026 alla fin fine è una bella mostra, ma chiudiamo con le spose arrabbiate dell’uruguaiana Leonilda Gonzalez (nata nel 1923 e morta nel 2017), che fanno pensare a Tim Burton e al cinema d’animazione ad ambientazione neo-gotica della Pixar. Solo che lei questi personaggi se li inventò nel ’68.

Leonilda González Installation view 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Andrea Avezzù Courtesy: La Biennale di Venezia

La colorata installazione di Nick Cave all'Arsenale. Photo: ©Artbooms

Il parlamento interspecie di Celia Vasquez Yui ai Guardini. Photo: ©Artbooms

Kader Attia, Whisper of Traces, 2026 Installation: ropes, polished mirror fragments, dried flowers and herbs, sieves, paper weavings, projections, sound Dimensions variable 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Marco Zorzanello Courtesy: La Biennale di Venezia

Particolare di un arazzo di Big Chief Demond Melanchon. Photo: ©Artbooms

L'installazione di María Magdalena Campos Pons e Kamaal Malak . Photo: ©Artbooms

Kaloki Nyamai Installation view 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Marco Zorzanello Courtesy: La Biennale di Venezia

Particolare dei minuscoli ulivi in ceramica di Vera Tamari. Photo: ©Artbooms

Uriel Orlow Herbarium Ghosts, 2016-2026 8 framed photogravure prints on Hahnemühle natural white cotton paper 109 × 81.5 cm each 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys  Photo by:: Andrea Avezzù  Courtesy: La Biennale di Venezia

L'installazione di Theo Eshetu. Photo: ©Artbooms

Un particolare dell'installazione di Himali Singh Soin e David Soin Tapesser. Photo: ©Artbooms

Kennedy Yanko at 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys  61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys. Exhibition view Photo by: Luca Zambelli Bais Courtesy: La Biennale di Venezia

Alfredo Jaar The End of the World, 2023-2024 Cobalt, Rare Earths (Neodymium), Copper, Tin, Nickel, Lithium, Manganese, Coltan (Niobium), Germanium (Argentium), Platinum 4 × 4 × 4 cm 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Luca Zambelli Bais Courtesy: La Biennale di Venezia

Dawn DeDeaux From Gulf to Galaxy, 2006/2026 9 acrylic panels, aluminium frame, shattered glass, LED lighting 274 × 274 × 30.5 cm 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Luca Zambelli Bais Courtesy: La Biennale di Veneza

Dawn DeDeaux Installation view at Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Luca Zambelli Bais Courtesy: La Biennale di Veneza

Beverly Buchanan Installation view 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys Photo by: Andrea Avezzù Courtesy: La Biennale di Venezia

“Seaworld Venice”, il Padiglione Austria di Florentina Holzinger, è il più discusso della Biennale arte 2026

SEAWORLD VENICE, 2026 © Nicole Marianna Wytyczak

Seaworld Venice il discusso Padigliione Austria
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Mentre entriamo nel Padiglione Austria, ai Giardini della Biennale, la pioggia si fa più lieve ma continua a cadere (è poca cosa però rispetto al temporale con raffiche di vento che abbiamo dovuto affrontare mentre facevamo la fila senza che nessuno accennasse a desistere), davanti a noi una donna nuda con maschera subacquea guarda il pubblico e le condizioni meteo con apparente distacco. D’altronde, lei è completamente immersa in una vasca d’acqua e usa una bombola d’ossigeno per respirare.

C’è talmente tanta ressa che vedere il bagno che i visitatori sono chiamati a utilizzare è difficile, ma la maggior parte delle persone l’ha già individuato e si è messa nuovamente in fila per usarlo: d’altronde, è un servizio che rendono all’arte. La loro urina, infatti, una volta filtrata, servirà a rabboccare la vasca della performer subacquea. Tuttavia, pare che l’impianto di purificazione dei liquidi (che sta dietro a un vetro alla destra di chi entra) sia particolarmente sensibile e un gruppo di attrici sta mettendo in scena una lotta tra il buffo e il repellente con i tubi pieni di deiezioni corporee per sturarli. Il tutto ricorda i film comici dell’inizio del secolo scorso ed è di sicuro una pièce pensata per i giorni dell’inaugurazione, ma ha anche uno scopo funzionale all’interno del palazzo razionalista trasformato in “un parco divertimenti sommerso e in un edificio sacro” oltre che, naturalmente, in un impianto di depurazione dalla coreografa e ballerina Florentina Holzinger.

Già diventato il più fotografato e discusso della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte, “Seaworld Venice”, il Padiglione Austria curato da Nora-Swantje Almes e messo in scena dalla stessa Florentina Holzinger insieme a un team composto da artiste circensi, stuntwoman, atlete e ballerine, è concepito come un trittico performativo.

C’è l’impianto di depurazione e la subacquea, ma anche una donna nuda che fa giri concentrici su un Jet Ski all’interno di una stanza del padiglione trasformata in piscina (la moto d’acqua attivata in un ambiente piccolo e chiuso crea onde vorticose e mulinelli, inquietando il visitatore e rendendo particolarmente pericoloso il lavoro della performer). Poi c’è un gruppo di donne nude ma con il corpo dipinto, che si arrampica su una gigantesca banderuola segnavento (un tempo usate per prevedere il tempo e spesso adornate con figure mitologiche, furono collocate sulle chiese a partire dal IX secolo, per poi essere sostituite dalle moderne tecnologie meteorologiche); quest’ultima, mossa dagli elementi, gira su sé stessa rendendo difficile la loro scalata. Si tratta di una “Deposizione di Cristo”, anche se cogliere il senso della scena, mentre le attrici, come alpiniste, procedono verso il tetto del padiglione, non è facile. A completare l’opera, dei cani robot che guadano l’acqua intorno alla teca in cui è immersa la subacquea.

Opening Étude, SEAWORLD VENICE 2026 © Nicole Marianna Wytyczak

Davvero spettacolare è poi la performance in cui la signora Holzinger si sostituisce al battacchio di una campana recuperata nella laguna di Venezia e suona lo strumento con il suo corpo. La campana è retta da una gru piazzata davanti al padiglione, ma nel giorno dell’inaugurazione ha dovuto affrontare un viaggio per arrivare fin lì. La mattina presto, infatti, è stata posizionata di fronte a un palco allestito sull’acqua salmastra a circa un miglio dalla costa per un ristretto gruppo di ospiti VIP (tra i quali, secondo il New York Times, c’era anche Maurizio Cattelan) e l’artista viennese ha eseguito lì la sua performance al termine di un concerto suonato da una band di signore in equilibrio su un’impalcatura.

Per quanto bella, la performance della campana è un evento collaterale che non fa parte di “Seaworld Venice” e dopo l’apertura di “In Minor Keys” potranno vederla solo i visitatori che andranno alla Biennale di Venezia 2026 il giorno della chiusura della manifestazione (il 22 novembre).

Nata nel 1986, Florentina Holzinger è già conosciuta nel mondo della danza per i suoi spettacoli trasgressivi e disturbanti che si richiamano all’Azionismo Viennese e mixano riferimenti alti alla cultura underground. Entrata a far parte della scuderia della Thaddaeus Ropac Gallery (nata a Salisburgo nel 1983, si è poi trasformata in una galleria internazionale con sedi a Parigi, Londra, Milano e Seoul), è arrivata alla Biennale 2026 con un progetto costoso (non c’è modo di saperlo perché le donazioni private ai padiglioni non vengono rese pubbliche, ma potrebbe essere uno dei più dispendiosi attualmente in laguna) e delicato: deve funzionare tutto come un orologio perché nessuno si faccia male. E deve farlo per tutti i circa sei mesi di mostra.

SEAWORLD VENICE, 2026 © Nicole Marianna Wytyczak

La signora Holzinger ha dichiarato tempo fa che il suo progetto originario per Venezia prevedeva di allagare completamente il padiglione, rendendo possibile la visita solo a chi si fosse immerso. Ha detto anche di aver cambiato idea dopo aver nuotato nella laguna veneta, constatando l’impossibilità di vedere alcunché nell’acqua inquinata e torbida su cui si erge la Serenissima.

Seaworld Venice” è una critica al turismo di massa e allo spreco di risorse idriche, oltre a mettere in discussione il ruolo del singolo nell’inquinamento del Pianeta. Lo fa con uno stile audace, ironico, giovane e dissacrante. Senza contare che bisogna essere davvero bravi anche solo per immaginare di fare quello che la signora Holzinger sta facendo davvero: “Seaworld Venice” è una macchina complessa che non ammette errori. Tant’è vero che l’artista e l’intero team dormirà nel padiglione per tutta a durata di “In minor keys”.

È un’operaha dichiarato l’artistache mette in discussione il contrasto tra sporcizia e purezza e la questione di chi ne sia responsabile”.

Detto ciò, il Padiglione Austria, costoso e occidentale com’è, sembra del tutto fuori posto in una Biennale che ha scelto come bacino d’idee il Sud del mondo e come bussola la poesia.

Seaworld Venice” le tonalità minori non sembra conoscerle neppure alla lontana.

Oltre al fatto che è un padiglione che mette in mostra le donne come fossero oggetti, strizzando l’occhio alla pornografia e a certi meccanismi di mercato da cui la stessa storia dell’arte non è affatto immune.

Holzinger, in merito al tema della nudità (che è un elemento cardine di tutti i suoi spettacoli, diventandone nel tempo una cifra distintiva), ha detto: “La nudità è entrata a far parte del mio lavoro in modo del tutto naturale, fin da subito, in parte per ragioni di budget, perché non c’erano soldi per i costumi. Il fatto che questo lavoro sarebbe poi improvvisamente circolato in un contesto teatrale era qualcosa che all’epoca non avevamo compreso. Facevamo un teatro molto innocente, da salotto”. Ha anche spiegato di non amare la moda e che la nudità è una scorciatoia che le permette di concentrarsi sulle azioni da mettere in scena

SEAWORLD VENICE, 2026 © Nicole Marianna Wytyczak

SEAWORLD VENICE, 2026 © Nicole Marianna Wytyczak

SEAWORLD VENICE, 2026 © Nicole Marianna Wytyczak

Opening Étude, SEAWORLD VENICE 2026 © Nicole Marianna Wytyczak

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