Nel parco del Vecchio Palazzo del Governo di Hokkaido le sculture di Toshihiko Shibuya celebrano la bellezza del paesaggio nordico

vecchio palazzo del governatore di hokkaido con scultura snow pallet

Toshihiko Shibuya, “Snow Pallet 19 - Akarenga Fantasy”, Vecchio Palazzo del Governo di Hokkaido. Photos: Courtesy the artist

Per la diciannovesima edizione della serie di sculture “Snow Pallet”, Toshihiko Shibuya ha introdotto delle sfere trasparenti fissate a perni di metallo flessibile. Ispirati ai soffioni di cui lo affascina l’umile incanto, la fragile transitorietà e la resilienza e che sovente fotografa durante la stagione calda, i nuovi oggetti hanno assunto forme imprevedibili sotto la neve mentre ondeggiavano nel parco che si estende davanti all’ex Hokkaidō Government Office (un edificio di mattoni rossi in stile neobarocco americano affascinante e improbabile piazzato com’è nel cuore di Sapporo a poche miglia nautiche dalla Russia). Ed insieme agli altri elementi che compongono un’opera corale, estesa nel tempo e nello spazio, che ogni anno sottolinea la bellezza del paesaggio invernale, facevano ad un tempo riferimento agli esiti inaspettati di eventi fortuiti, alla memoria e alla forza trasformativa della natura. Oltre a richiamare la vulnerabilità degli ecosistemi nordici.

Il gruppo scultoreo “Snow Pallet 19 - Akarenga Fantasy” realizzato da Toshihiko Shibuya su richiesta del gruppo editoriale The Hokkaido Shimbun Press e della Hokkaido Future Foundation è stato installato in questa iconica location di Sapporo per celebrare il restauro appena completato del Vecchio Palazzo del Governo di Hokkaido.

Toshihiko Shibuya, “Snow Pallet 19 - Akarenga Fantasy”, Vecchio Palazzo del Governo di Hokkaido. Photos: Courtesy the artist

Formata da supporti di diverse dimensioni e altezze che proiettano i colori fluorescenti sulla coltre bianca, “Snow Pallet” cambia comunque poco nella sostanza di anno in anno ma finisce per costruire e risvegliare ricordi sia personali che collettivi. Associazioni tra passato, presente e futuro, come giorni speciali segnati sul calendario. E adesso, mentre l’Italia si appresta a ospitare le Olimpiadi invernali, a New York si è appena conclusa una storica nevicata, in Canada si sono raggiunte temperature di -45 gradi, e mentre Europa e Stati Uniti si sono confrontati sui confini e sulle rotte marittime contese nell’Artide, l’installazione del signor Shibuya più del solito pareva alludere a quanto le terre dagli inverni rigidi siano simili sia nel fascino che nella delicatezza.

Anche per via delle location di “Snow Pallet 19”: composta da tre interventi l’opera è sparsa in diverse aree del parco che circondano il Vecchio Palazzo del Governo di Hokkaidō (chiamato così perché dal 1888 fino al 1968 è stato la principale sede politica e amministrativa dell’isola) o Palazzo di mattoni rossi (o Edificio di mattoni rossi, in giapponese Akarenga).

E per costruire lo stabile di mattoni rossi ne sono serviti tanti. Ben 2,5 milioni, tutti fatti nei quartieri cittadini di Toyohira e Shiroishi (che ai tempi erano villaggi). Ma la cosa che suscita maggior curiosità in questo palazzo che spicca circondato dai grattacieli di Sapporo come fosse in una valle, è lo stile architettonico: il neobarocco americano.

Malgrado la punta meridionale di Hokkaido, infatti, fosse abitata da coloni giapponesi già dal 1500, in generale l’isola dell’estremo nord dell’arcipelago rimase la terra incontaminata degli indigeni Ainu fino al 1868 quando il Giappone decise di assimilarla al proprio territorio. Conquistarla fu facile visto che nessuno oppose resistenza (non certo gli Ainu le cui poche coraggiose rivolte vennero represse velocemente), governarla e farla fruttare però erano un’impresa più complicata. Per portarla a termine si istituì una commissione e si chiese consiglio a Horace Capron, un uomo d’affari americano che sarebbe poi diventato un importante collezionista d’arte giapponese e che avrebbe lasciato le opere accumulate nel decennio trascorso lì allo Smithsonian di Washington. Tra le tante cose che fece, Capron suggerì di prendere a modello la New State House (cioè l’immobile che ospita il governo del Massachusetts dov’era nato) per costruire una sede alla commissione. Così quella che sarebbe diventata la casa del governo di Hokkaido avrebbe avuto l’aspetto di uno stabile statunitense che a propria volta copiava, mixandole caratteristiche dei palazzi francesi e di quelli italiani di epoche diverse, senza dimenticare di inserire qualche elemento del tutto autoctono. Quasi un monumento al globalismo ante litteram che con la sua facciata di mattoni rossi di epoca Meiji spicca con discrezione sul paesaggio naturale innevato.

Toshihiko Shibuya, “Snow Pallet 19 - Akarenga Fantasy”, Vecchio Palazzo del Governo di Hokkaido. Photos: Courtesy the artist

Con “Snow Pallet 19” il signor Shibuya ha introdotto in questo panorama dei colori neon prettamente contemporanei, capaci di spandersi nella neve sotto forma di pura luce sottolineando i continui cambiamenti della consistenza e della grana dei cumuli di candidi cristalli. Si è anche confrontato con la maestosa contemporaneità della città che dal crocevia del parco in cui era posto il principale gruppo di sculture cambia a seconda del punto d’osservazione (se si guarda dal palazzo storico verso Sapporo ad esempio gli alti grattacieli e la strada come un canyon urbano lasciano spaziare l’occhio, mentre da altre posizioni lo sguardo è spinto a paragonare l’installazione all’architettura e agli elementi naturali).

I minimali supporti che sostengono la neve (di solito simili a tavolini e colorati sotto i piani d’appoggio o comunque in punti che permettano ai toni di specchiarsi senza essere direttamente visibili) in quest’edizione sono più numerosi e vari di altre volte. Oltre alle inedite forme simili ad alti soffioni o surreali canneti che hanno dato modo alla coltre cristallina di accumularsi in maniera inconsueta: “A volte era simile- ha detto l’artista- a piccoli Babbi Natale altri a cappellini”. Ci sono poi degli oggetti che somigliano a saette o a caratteri tipografici tridimensionali colorati in più punti.

Toshihiko Shibuya, “Snow Pallet 19 - Akarenga Fantasy”, Vecchio Palazzo del Governo di Hokkaido. Photos: Courtesy the artist

Il perno dell’opera ad ogni modo, come sempre, è il continuo mutare della natura nel tempo (nelle stagioni ma anche durante le ore, i giorni e addirittura i singoli istanti), che i signor Shibuya sottolinea senza modificarla. E in particolare come la neve nasconda mettendo in luce caratteristiche normalmente secondarie della nostra quotidianità, quanto sappia rendere alieno e pittoresco il paesaggio cui siamo abituati risvegliando in noi memorie sopite e uno spirito di continua scoperta. Una meraviglia che tuttavia sembra ricordarci l’artista di Sapporo, è fragile e transitoria per definizione.

Il nuovo capitolo di questa longeva serie scultorea di Toshihiko Shibuya (intitolato per esteso “Snow Pallet 19 - Akarenga Fantasy”) installato nel parco del Vecchio Palazzo del Governo di Hokkaido (o Palazzo di mattoni rossi) il primo dicembre 2025, sarà visibile fino al 28 febbraio 2026.

Toshihiko Shibuya, “Snow Pallet 19 - Akarenga Fantasy”, Vecchio Palazzo del Governo di Hokkaido. Photos: Courtesy the artist

Toshihiko Shibuya, “Snow Pallet 19 - Akarenga Fantasy”, Vecchio Palazzo del Governo di Hokkaido. Photos: Courtesy the artist

Toshihiko Shibuya, “Snow Pallet 19 - Akarenga Fantasy”, Vecchio Palazzo del Governo di Hokkaido. Photos: Courtesy the artist

Toshihiko Shibuya, “Snow Pallet 19 - Akarenga Fantasy”, Vecchio Palazzo del Governo di Hokkaido. Photos: Courtesy the artist

Toshihiko Shibuya, “Snow Pallet 19 - Akarenga Fantasy”, Vecchio Palazzo del Governo di Hokkaido. Photos: Courtesy the artist

“Beato Angelico” il frate che piace agli artisti contemporanei in una magnifica mostra che sta per concludersi a Palazzo Strozzi

Beato Angelico, exhibition views, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025.

Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio  

Con una chiusura prevista per il 25 gennaio, la mostra “Beato Angelico” a Palazzo Strozzi e al Museo di San Marco di Firenze si sta per concludere, ma si tratta di un evento talmente importante che con ogni probabilità continuerà a rappresentare una pietra miliare anche in futuro. E non soltanto perché l’esposizione dedicata al frate domenicano vissuto nella prima metà del ‘400 è stata pensata per rivolgersi sia al grande pubblico che agli studiosi ma anche per l’influsso dell’artista sul presente.

Realizzata dalla collaborazione tra Fondazione Palazzo Strozzi, Ministero della Cultura -Direzione regionale Musei nazionali Toscana e Museo di San Marco, “Beato Angelico” si snoda in due sedi espositive distinte (trattano periodi diversi dell’attività dell’artista, hanno biglietti differenti e orari d’apertura dissimili se non incompatibili in certe fasce orarie): Palazzo Strozzi e Museo di San Marco. Il secondo è la sede in cui il maggior numero di opere dell’Angelico è abitualmente conservato (tanto da aver fornito al primo diverse tavole) e durante questi mesi concentra la produzione giovanile e i codici miniati oltre agli affreschi del pittore, ma il cuore pulsante dell’opera del frate è installata a Palazzo Strozzi. E si parla di una bella porzione di capolavori. Senza contare che il museo situato all’interno di quello che una volta era il convento in cui Angelico effettivamente viveva il pomeriggio è chiuso finendo per essere di fatto inaccessibile a molti visitatori. Il prezzo dei biglietti di entrambi gli spazi è decisamente popolare e sono previste tra l’altro riduzioni per alcune tipologie di utenti.

Anche in considerazione della qualità. E senza tener conto del fatto che era la prima volta dopo settant’anni che qualcuno decideva di dedicarsi a un’impresa simile.

Beato Angelico, exhibition views, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio  

Curata da Carl Brandon Strehlke (curatore emerito del Philadelphia Museum of Art) in collaborazione con Stefano Casciu (direttore regionale Musei nazionali Toscana) e Angelo Tartuferi (storico dell’arte, ex direttore degli Uffizi, della Galleria dell’Accademia e, appunto, del Museo di San Marco), la mostra mette insieme oltre 140 opere (tra dipinti, disegni, miniature e sculture), provenienti da 70 prestatori sparsi qua e là nel mondo. Tra loro ci sono prestigiosi musei come il Louvre di Parigi, la Gemäldegalerie di Berlino, il Metropolitan Museum of Art di New York, la National Gallery di Washington, i Musei Vaticani, la Alte Pinakothek di Monaco e il Rijksmuseum di Amsterdam oltre a biblioteche e collezioni italiane e internazionali, chiese e istituzioni territoriali (75 lavori per esempio, provengono da musei statali e 41 dal Museo di San Marco stesso). Ma oltre alla vastità (e qualità) del materiale esposto ha dalla sua un massiccio lavoro di restauro (ben 28 interventi in tutto) in alcuni casi eseguito proprio per l’evento e con tecniche all’avanguardia.

Lo straordinario trittico francescano- ha detto il Direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi, Arturo Galansino- è una vera riscoperta di questa mostra perché appartiene a San Marco ma, troppo rovinato per essere esposto, anzi considerato irrecuperabile, grazie alle nuove tecnologie l’opera si è trasformata in una gemma”.

Degli interventi restaurativi si è occupato l’Opificio delle Pietre Dure (sempre con sede a Firenze è nato come manifattura medicea nel 1588 anche se svolge le attuali funzioni solo dal 1975) e tra le tecniche operate figura il laser. Usato qui per la prima volta in assoluto per pulire un dipinto.

Ma l’utilizzo di quanto c’è di innovativo nella contemporaneità non si ferma al restauro. Infatti, un altro unicum di “Beato Angelico” è la ricomposizione di pannelli smembrati secoli fa (nella maggior parte dei casi dopo che Napoleone confiscò le opere degli ordini religiosi, le tavole si dispersero per poi passare di mano in mano) e attualmente riuniti per l’occasione. Tra i capolavori in mostra ben sette straordinari e complessi polittici avevano fatto questa fine. Adesso, su 18 pezzi sparpagliati in giro per le grandi collezioni pubbliche del mondo, 17 sono tornati momentaneamente al loro posto (una sola tavola conservata a Chicago non ha fatto in tempo ad arrivare).

Ma cosa andava messo accanto a cosa e dove, al principio non era per niente chiaro. Per risolvere il puzzle il team di “Beato Angelico” ha usato l’analisi radiografica X e la riflettografia infrarossa. Entrambe queste tecniche hanno fornito importanti indizi, tra cui la mappatura della direzione delle venature del legno, e alla fine tutto è andato al proprio posto per la prima volta in assoluto da quando le opere vennero separate.

Inutile dire che ne è uscita mostra è stupenda. E per niente piccola. Le pareti tinteggiate in un tono di azzurro abbastanza discreto da non disturbare la visita eppure sufficientemente carico da enfatizzare la magnifica tavolozza del frate, le eleganti barriere per evitare che le persone si avvicinino inavvertitamente ai dipinti, e l’impianto di illuminazione drammatico quel tanto che basta, senza strafare, vanno tutti menzionati.

Beato Angelico, exhibition views, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio

Enigmatica resta invece la vita e la personalità dell’artista. Infatti di Guido di Piero, originario di Rupecanina in provincia di Vicchio nel Mugello, non si conosce nemmeno con certezza la data di nascita (dovrebbe essere avvenuta intorno al 1395), mancano informazioni sulla famiglia ed è avvolto nel mistero anche il motivo preciso per cui decise di farsi frate. Si sa che completò un primo apprendistato come pittore nel Mugello per poi andare a bottega da Lorenzo Monaco e Gherardo Starnina a Firenze. Che da quando prese i voti il suo nome diventò Giovanni da Fiesole e che solo dopo la morte i suoi confratelli presero a chiamarlo Fra Angelico. O Beato, sia per le doti personali che per la rapita dolcezza contemplativa dei dipinti. Nel 1982 il Papa beato lo proclamò davvero e adesso tutti lo conoscono come Beato Angelico quasi come se si trattasse del suo vero nome e cognome.

Di certo Angelico dipingeva solo composizioni a tema religioso e dà l’impressione di essersi trovato del tutto a suo agio nell’identità di frate. Il signor Strehlke sull’argomento ha detto: “Tutti dicono: 'Oh, Fra Angelico, è così religioso, eccetera', il che è vero, ma la maggior parte dei contemporanei dell'artista dipingevano solo soggetti religiosi, quindi bisognava contestualizzare le cose in quel periodo".

Ma i tempi cambiano e dalla seconda metà del ‘900 quella ingombrante religiosità priva di ombre all’Angelico artista ha portato via non solo la capacità d’immedesimarsi nelle opere da parte del pubblico ma anche una porzione del suo ruolo nelle pagine dei manuali di storia dell’arte. Questa mostra cerca di restituirglielo mettendo in luce la carica innovativa del lavoro e la sicurezza con cui abbraccia la prospettiva che allora era una tecnica non solo all’avanguardia ma addirittura pionieristica.

Beato Angelico, exhibition views, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio

E girando per le sale di Palazzo Strozzi, malgrado l’intento evidentemente narrativo e l’argomento palese delle tavole, la religiosità di Angelico e il contesto storico (ricostruito dai pannelli e dal ricco catalogo) appaiono secondari rispetto alla sontuosità al limite del maniacale delle decorazioni e alla viva intensità del colore. Le figure si muovono sul piano principale o, grazie appunto alla neonata prospettiva, un po’ più in dietro, ma è il completo padroneggiare la tavolozza da parte dell’artista a condurre il nostro occhio attraverso la folla o a riportarlo al soggetto principale dando in un sol colpo dinamismo e stabilità. L’intensità dei blu pavone, dei toni di salmone, dei lavanda e occasionalmente dei porpora è indescrivibile. E irriproducibile.

Infatti, dato il numero di visitatori che sostano davanti alle opere, la distanza di sicurezza che si è tenuti a mantenere dai lavori e i grandi gruppi di figure che si ritrovano in certe tavole, oltre ad un’infinità di particolari in ognuna, il modo migliore per vedere la mostra è mixando lo sguardo ad occhio nudo con lo zoom dello schermo del telefonino. Facendolo ci si rende conto che la distanza dei colori reali da quelli sul display è abissale. Persino le fotografie scattate da professionisti che accompagnano questo articolo non tengono il passo. La tavolozza dell’Angelico risuona ad altezze irraggiungibili. Tanto che una volta usciti in cortile ci si domanda se si riuscirà a conservarne memoria o se nei ricordi gli splendidi toni originali verranno sostituiti da quelli delle riproduzioni.

La foglia d’oro è applicata a profusione contribuendo all’atmosfera luminosa e ricca delle composizioni. Per modificare la rifrazione della luce, creare ulteriori particolari decorativi e non interrompere il flusso calligrafico minuto e inarrestabile che incorona il soggetto della scena, l’artista incide la tavola migliaia di volte e applica colori di fondo che talvolta emergono ormai fusi all’oro in sfumature di una bellezza tale che sono anche in questo caso impossibili da descrivere.

Nel frattempo particolari architettonici, angoli cittadini dai toni pastello di una perfezione geometrica tale da sembrare fatti di pan di zucchero, lembi di paesaggio che dovrebbero essere mediorientali e invece sono quelli dell’Italia centrale si materializzano per un istante di fronte ai nostri occhi, che tuttavia l’abilità dell’artista riporta ostinatamente al centro della scena.

I panneggi dei vestiti dei personaggi sono scultorei ma i volti privi di chiaroscuri sono piatti. In parte perché la verosimiglianza non era una delle priorità di Guido di Piero, in parte anche questo è un espediente per attirare l’attenzione sugli unici punti delle tavole privi di stimoli tattili (tra decorazioni pittoriche, cornici cesellate e in un caso bassorilievi sul retro, i dipinti sono in bilico tra pittura e scultura). La partizione delle scene, di certo influenzata dai testi miniati (in cui Angelico si cimentava come testimonia una parte del materiale esposto al Museo di San Marco), è fatta da angoli retti e linee che si intersecano dividendo tutto in quadrati e rettangoli. All’interno di questi si muovono le figure che pur cominciando a rispondere alle regole della prospettiva se ne infischiano bellamente delle proporzioni. Il che regala una nota surreale capace di rendere più interessante e attuale ogni tavola.

David Hockney, Annunciation II, After Fra Angelico (2017). Officina Profumo-Farmaceutica di Santa Maria Novella

Forse anche per questo la pittura di Angelico ha ispirato molti artisti contemporanei. Recentemente “High Society” dipinto tra il ’97 e il ’98 dalla britannica Cecily Brown ha toccato i 9milioni e 800 mila dollari in asta da Sotheby’s: tematicamente non aveva niente a che fare con la religione ma artisticamente traeva esplicitamente spunto dal maestro rinascimentale. Mentre Tracey Emin, in visita a Firenze la scorsa primavera quando anche il suo lavoro è stato esposto a Palazzo Strozzi, ha speso parole di accorata ammirazione per l’opera del frate.

Ma la dimostrazione più evidente dell’influsso di Angelico sulla contemporaneità è “Annunciation II, after Fra Angelico” (2017) di David Hockney in mostra nella sede storica dell’Officina Profumo-Farmaceutica di Santa Maria Novella (le sale si trovano in una parte del famoso complesso conventuale domenicano di Firenze) in contemporanea con “Beato Angelico”. In cui il signor Hockney reinterpreta il tema dell’Annunciazione applicando la prospettiva inversa con l’obiettivo di far entrare chi osserva al centro della scena.

Il grande pittore britannico che non ha mai fatto mistero del suo amore per i maestri del Rinascimento italiano ha anzi dichiarato di avere pensato sia a Piero della Francesca che all’Angelico quando ha dipinto tra gli altri il bellissimo e commovente “My parents” (1977). E in una recente intervista ha detto: “C'era una riproduzione dell'Annunciazione di Fra Angelico in un corridoio della Bradford Grammar School (la scuola elementare che David Hockney ha frequentato da bambino, ndr), che conosco da quando avevo 11 anni. E ho sempre pensato che fosse il quadro migliore che avessero lì”.

Beato Angelico, exhibition views, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio

Beato Angelico, exhibition views, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio

Beato Angelico, exhibition views, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio

Beato Angelico, exhibition views, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio

Beato Angelico, exhibition views, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio

Beato Angelico, exhibition views, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio

Beato Angelico, exhibition views, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025. Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio

Le 5 storie Top di arte contemporanea nel 2025 su Artbooms

Nel 2025 l’arte contemporanea è tornata a farsi bussola: tra grandi retrospettive, mostre-capitolo in Italia e tappe europee che valeva la pena seguire da vicino. In mezzo, le notizie che contano davvero — quelle che non si limitano a raccontare cosa succede, ma aiutano a capire dove stiamo andando.

Queste sono le 5 storie più importanti dell’anno su Artbooms: un percorso tra immagini, idee e segnali del futuro, pensato per orientarsi rapidamente e poi approfondire ogni tema con gli articoli completi.

1) Yayoi Kusama alla Fondazione Beyeler:

Installation view «Yayoi Kusama», Fondation Beyeler, Riehen/Basel, 2025 Infinity Mirrored Room – The Hope of the Polka Dots Buried in Infinity Will Eternally Cover the Universe, 2025 © YAYOI KUSAMA Photo: Mark Niedermann

Yayoi Kusama è uno di quei nomi che parlano a pubblici diversissimi senza perdere profondità: la sua ricerca, tra ossessioni visive, ripetizione e ambienti immersivi, è diventata un linguaggio riconoscibile anche fuori dal mondo dell’arte. La retrospettiva alla Fondazione Beyeler funziona come un punto fermo del 2025: riassume decenni di lavoro e trasforma la visita in un’esperienza. Una storia davvero evergreen, utile anche quando la mostra non sarà più in corso.

Leggi l’articolo completo: Yayoi Kusama alla Fondazione Beyeler

2) David Hockney a Parigi (Fondation Louis Vuitton):

Il neon di David Hockney sopra l’ingresso della Foundation Louis Vuitton di Parigi. Photo © artbooms

David Hockney è uno degli artisti più influenti del secondo Novecento: pittura, disegno e immagine digitale convivono in un linguaggio immediatamente riconoscibile, luminoso e rigoroso allo stesso tempo. L’interpretazione che da di ritratto, autoritratto e paesaggio in chiave contemporanea sono magistrali. La grande mostra a Parigi (nella meravigliosa sede della Fondation Louis Vuitton progettata dal recentemente scomparso Frank Gehry) è stata una delle tappe più forti dell’anno: non solo un evento da vedere, ma un’occasione per capire come il signor Hockney costruisca lo sguardo — e perché continui a parlare anche a chi si avvicina all’arte contemporanea per la prima volta.

Leggi l’articolo completo: David Hockney a Parigi (Fondation Louis Vuitton)

3) Maurizio Cattelan: “Seasons” a Bergamo

GAMeC, Pensare come una montagna, Maurizio Cattelan. Seasons. Bergamo 2025. Photo: Lorenzo Palmieri

Il progetto “Seasons” di Maurizio Cattelan si è concluso come una mostra diffusa che ha trasformato Bergamo in un percorso: non un solo gesto, ma una sequenza di apparizioni capaci di lavorare sulla memoria della città e sul nostro modo di guardare i simboli. È anche un ottimo punto di ingresso per capire perché il signor Cattelan continua a essere centrale (e discusso): la sua provocazione non resta mai solo idea, ma finisce per misurarsi con la realtà — dal mercato alle reazioni pubbliche. Per questo, accanto a “Seasons”, vale la pena rileggere due episodi che allargano lo sguardo: i record d’asta che raccontano come l’arte diventa notizia (incluso “America”, il water in oro 18 carati) e il caso della banana (“Comedian”) diventato un fenomeno globale.

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4) Biennale di Venezia 2026: “In Minor Keys” e la curatela postuma di Koyo Kouoh:

Koyo Kouoh in una foto di © Antoine Tempé

La Biennale di Venezia 2026 si intitolerà "In Minor Keys" e ha una storia che cambia il modo in cui la leggeremo: Koyo Kouoh resterà la curatrice anche dopo la sua scomparsa e l’edizione verrà portata avanti con una curatela postuma. Non è solo cronaca: dice molto su istituzioni, responsabilità e continuità, e su come un progetto curatoriale possa sopravvivere alla persona che lo ha immaginato. Un passaggio chiave per capire il clima e le domande che accompagneranno l’arte nei prossimi mesi.

Leggi l’articolo completo: Biennale di Venezia 2026: “In Minor Keys” e la curatela postuma di Koyo Kouoh

5) KAWS a Firenze: “The Message”:

“KAWS: THE MESSAGE”, Palazzo Strozzi, Florence, 2025. Photo Ela Bialkowska, OKNO studio © KAWS

KAWS a Palazzo Strozzi di Firenze è uno di quegli episodi che escono dalla nicchia e diventano conversazione pubblica: un nome riconoscibile anche fuori dal circuito dell’arte, una città iconica e un’opera che funziona immediatamente nello spazio urbano. “The Message” è interessante proprio per questo: mostra come l’arte contemporanea possa essere pop senza essere semplice, e come l’arte pubblica cambi il modo in cui una città viene guardata, fotografata e raccontata.

Leggi l’articolo completo: KAWS a Firenze: “The Message”