Opere milionarie e frequentazioni altolocate. Ecco come Jeffrey Epstein si muoveva nel mondo dell’arte:

Interni dela casa di New York di Jeffrey Epstein

Nel 1998 l’allora giovanissima pittrice Maria Farmer prese parte a un workshop artistico sulla figura umana nella tenuta di Jeffrey Epstein a Santa Fe in New Mexico. Era una dei sei studenti della New York Academy of Art selezionati per partecipare, lei però, a differenza degli altri cinque, con il signor Epstein aveva già avuto a che fare (gli aveva venduto due opere esposte nella mostra organizzata dalla scuola per il suo diploma ed era stata invitata a dipingere nella sua villa in Ohio dove invece il finanziere aveva abusato di lei). Per questo la signora Farmer era molto titubante prima di partire ma alla fine si convinse che, visto il carattere dell’evento, allo Zorro Ranch (che è stato perquisito solo nei giorni scorsi dopo l’arrivo di una segnalazione anonima in cui si parlava di due ragazze morte e seppellite sulla collina) non avrebbe potuto farle del male. E in effetti così fu. Ma poi si accorse che l’uomo le aveva rubato le fotografie delle sue sorelline (una di 16 e l’altra di 13 anni). Allora lo denunciò.

Così comincia la storia giudiziaria di Jeffrey Epstein ma il suo rapporto con il mondo dell’arte inizia molto prima e si estende fin quasi al suo arresto quando parlando con un giornalista nel 2019 si è detto certo che il “Salvator Mundi” (venduto l’anno prima a Mohammed Bin Salman per la sbalorditiva cifra di 450 milioni di dollari) non fosse un Leonardo e valesse al massimo 1 milione e mezzo. Nella stessa mail asserisce che questa valutazione gliela aveva fornita il suo esperto (che in realtà lui definisce il “mio ragazzo dell’arte”). Ovviamente questa storia potrebbe essere del tutto inventata. Pare che il signor Epstein infatti, fosse tanto bravo a intessere una fitta rete di relazioni sociali con membri della classe dirigente quanto a fare affermazioni fumose, fantasiose o esagerate se lo riteneva utile ai suoi scopi.

Ghislaine Maxwell con Jeffrey Epstein

Alla New York Academy of Arts (del cui consiglio di amministrazione era entrato a far parte negli anni ’80) lo avevano conosciuto attraverso Andy Warhol (Warhol negli ultimi anni della sua vita era una celebrità e faceva una vita sociale molto intensa nonostante i problemi di salute). Da allora il signor Epstein era diventato una presenza fissa. La storica dell’arte Eileen Guggenheim (che allora dirigeva l’istituto e lo aveva presentato alla signora Farmer) e il marito Russell Wilkinson dichiararono all’FBI che lui permetteva al consiglio di tenere riunioni nel suo appartamento e nei suoi uffici, partecipava alle feste della NYAA, sosteneva economicamente la scuola, acquistava opere alle aste della NYAA e sponsorizzava tavoli di beneficenza. Ma non era uno di loro: “era nell’‘orbita sociale della scuola’, intendendo che Epstein era coinvolto con la scuola più sul piano sociale che su quello intellettuale”. Insomma a lui l’arte non interessava ma non perdeva nemmeno una cena di gala. E guardando le fotografie degli interni delle sue residenze (tra un leopardo impagliato ai piedi della scrivania del suo ufficio, una sorta di scultura di una donna in abito da sposa che penzola nell’atrio della sua casa di New York, dipinti più o meno amatoriali di donne nude o semi nude) non si stenta a crederlo.

Interni dela casa di New York di Jeffrey Epstein

Nonostante questo Jeffrey Epstein coltivava amicizie con curatori, direttori di musei (David A. Ross, direttore di vari musei negli Stati Uniti e curatore di eventi svoltisi in altrettante istituzioni in giro per il mondo tra cui il Castello di Rivoli in Italia, compare addirittura tra i suoi esecutori testamentari), figure di spicco della cultura e con alcuni dei maggiori collezionisti del pianeta; rapporti talmente intimi e stretti che non si ruppero neppure dopo la condanna del finanziere per reati sessuali nel 2009.

Senza contare che dalle sue mani sono passate alcune tra le opere d’arte più belle (e costose) dei maggiori maestri del ‘900 (e non solo).

Anche questi fatti, in qualche misura, costituiscono uno dei tanti misteri di cui è costellata questa storia che si conclude con la morte in circostanze poco chiare del finanziere (avvenuta nel Metropolitan Correctional Center di New York nel 2019) e archiviata come suicidio.

Nonostante i file sul caso, rilasciati dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti nei mesi scorsi, siano un universo talmente vasto da rendere pressoché impossibile una lettura completa, sembra che il signor Epstein non avesse relazioni strette con artisti contemporanei. Invitò più volte Jeff Koons nel 2013 (tutti gli scambi tra i due sono avvenuti attraverso le segreterie e non direttamente) e alla fine il signor Koons accettò: alla cena parteciparono anche Woody Allen e la moglie Soon- Yi. Così i tre andarono insieme anche a visitare lo studio newyorkese dell’artista poco tempo dopo. Non molti mesi a seguire Epstein insieme ad Allen e alla moglie cercarono pure di organizzare una visita allo studio di Koons in Pennsylvania (l’artista è originario dello stato del nord-est americano e mantiene uno spazio di lavoro anche lì). Non è chiaro se quest’ultima visita si sia effettivamente svota e, ad ogni modo, in seguito il nome del signor Koons scompare del tutto dalla corrispondenza dell’ufficio di Epstein.

La casa di New York di Jeffrey Epstein

Quando ci furono i contatti tra Jeffrey Epstein e Jeff Koons, il finanziere era già stato in carcere (una condanna irrisoria rispetto alla gravità delle accuse, avvenuta nel 2009 a cui era seguita l’indagine dell’FBI che aveva portato all’arresto nel 2019) ma i media americani lì per lì non ne parlarono molto; qualche anno dopo però la stampa di tutto il Paese riprese l’argomento e la reputazione del signor Epstein subì un duro colpo. Tuttavia i suoi amici e partner in affari più stretti non lo abbandonarono. David Ross ad esempio nel 2015 gli scrisse: “È deprimente vederti ancora una volta trascinato nel fango. Sono ancora orgoglioso di chiamarti amico. So che sei forte, ma comunque...”. Un tono decisamente più grave di quello dello scambio avvenuto tra i due nel 2009 quando il signor Epstein gli scrisse: “Gli avvocati di Roman Polanski verranno a trovarmi. Potrei finanziare una mostra intitolata ‘Statutariamente...’, ragazze e ragazzi dai 14 ai 25 anni, che non dimostrano per niente la loro vera età. Foto segnaletiche giovanili, foto ritocchi, trucco. Alcune persone finiscono in prigione perché non sanno dire la loro vera età. Controverso. Divertente. Forse dovrebbe essere una pagina web, con i visitatori conteggiati”. E lui rispose: “Sei incredibile. Questo sarebbe un libro davvero potente e inquietante. Hai presente quella foto di Brooke Shields, una pubblicità pornografica per bambini, di cui Richard Prince si appropriò per una mostra nei primi anni ‘80”.

Non lo abbandonarono nemmeno l’ex ministro della cultura francese Jack Lang (da sempre considerato un importante promotore dell’arte contemporanea, allora neo-eletto direttore dell'Istituto del mondo arabo, una prestigiosa istituzione culturale di Parigi; carica da cui si è dovuto dimettere il mese scorso per le ripercussioni della pubblicazione del Dossier Epstein) e l’ex-presidente di Harvard ed ex segretario del tesoro durante l’amministrazione Clinton, Larry Summers (collezionista d’arte contemporanea era ancora insegnate nell’università statunitense; alla pubblicazione del dossier si è dimesso), né il suo maggior cliente dell’epoca (il New York Times in un articolo individua in 150 milioni la cifra da lui pagata al finanziere fino al solo 2016) e amico, Leon Black (fondatore della società di private equity Apollo Global Management, grande collezionista e presidente del Museum of Modern Art di New York; cariche da cui si è dimesso per quanto mantenga un ruolo nel consiglio di amministrazione del MoMa).

Naturalmente non sono i soli ad aver continuato a frequentare il signor Epstein dopo la condanna del 2009, nel mondo dell’arte e in tutti gli altri ambiti in cui lui aveva intessuto rapporti (che come è noto si estendevano a tutta Europa e non solo). Inoltre dimostrare lealtà a un amico, per quanto resosi responsabile di azioni abiette ed illegali, non costituisce di per sé un reato.

Interni dela casa di New York di Jeffrey Epstein

Come non lo è il fatto che tra le sue mani siano passate opere di grandi artisti e persino qualche capolavoro. Nelle mail si parla ad esempio di Schiele, Giacometti, Calder, Braque, Mondrian, Leger, Picasso. Il che non è strano dato che Leon Black, la cui collezione d’arte comprende circa 935 opere che spaziano dai maestri del Rinascimento all'arte moderna e contemporanea (per un valore stimato tra i 2 e 3 miliardi di dollari), era il suo maggiore cliente. Tuttavia le email sembrano confermare che il signor Epstein si comportava in maniera diversa da un normale consulente, agendo talvolta quasi come un vero e proprio partner in business (il che potrebbe contribuire a spiegare come si rendeva indispensabile per i suoi facoltosi clienti e di conseguenza, almeno in parte, la ricchezza). Tanto che possedeva un’entità giuridica propria, deputata all’acquisto di opere d’arte (battezzata “Haze Trust”, cioè in italiano il “Trust della Foschia”) e che in almeno un’occasione l’abbia usato per vendere opere precedentemente appartenute alla collezione Black (una scultura di Giacometti e un dipinto di Braque per un valore di una trentina di milioni di dollari). Nelle mail ci sono inoltre tracce del fatto che potrebbe aver usato i propri aerei per trasportare opere d’arte. Senza contare che la collocazione delle sue proprietà immobiliari era fiscalmente strategica per questo tipo di affari.

Jeffrey Epstein ha anche scritto a un banchiere di essere stato consulente di Leon Black per l'acquisto del dipinto "L'Urlo" di Edvard Munch (venduto per 120 milioni di dollari nel 2012 è stato per un po' un record d’asta per essere poi superato da diverse opere fino a Ritratto di Elisabeth Lederer” di Gustav Klimt che lo scorso autunno ha raggiunto i 236,4 milioni di dollari). I rappresentanti del signor Black interpellati da alcuni giornalisti hanno negato.

Le mail sembrano invece indicare che il signor Epstein abbia avuto un ruolo importante nella faticosa trattativa perché della collezione Black entrasse a far parte “Buste de Femme (Marie-Thérèse)”, un busto in gesso del ’32 di Pablo Picasso. Il signor Black, infatti, lo comprò da Gagosian per 125,2 milioni di dollari ma una figlia di Picasso nel frattempo lo aveva venduto alla famiglia reale del Qatar per una cifra di molto inferiore: la vicenda finì in mano agli avvocati e in conclusione le parti arrivarono a un accordo. Nel frattempo l’opera era stata vincolata dalla figlia di Picasso a diverse partecipazioni pubbliche, tra cui una mostra al Musée d’Orsay a cui lui il signor Epstein partecipò.

D’altra parte lui aveva una casa a Parigi e gli era già capitato di visitare il museo parigino anche da solo, come racconta in una mail a oscena inviata a una sua amante o ad una sua vittima: “Hanno aperto il museo d’Orsay solo per me e Woody (Allen ndr), che follia... ci siamo divertiti un mondo”.

Interni dela casa di New York di Jeffrey Epstein

Per la prima volta dagli anni della contestazione studentesca alla Biennale di Venezia non si assegneranno i Leoni d’Oro alla Carriera

Giardini 2019. Photo Andrea Avezzu, Courtesy of La Biennale di Venezia

E’ stata presentata mercoledì a Ca’ Giustinian (la dimora tardo gotica affacciata sul Canal Grande in cui si trova la sede istituzionale della Biennale) “In Minor Keys”, la 61esima Esposizione Internazionale d’arte della Biennale di Venezia. Curata dalla svizzero-camerunense Koyo Kouoh scomparsa la scorsa primavera dopo una breve ma devastante malattia ad appena 58 anni (a solo una decina di giorni dalla prima conferenza stampa d’illustrazione dell’evento): sarà la prima in oltre un secolo di storia della manifestazione lagunare organizzata e allestita in assenza di chi l’ha ideata.

Quella di non nominare un sostituto è stata una decisione senza precedenti presa dalla Fondazione Biennale “in accordo con la famiglia” della curatrice per “per preservare, valorizzare e diffondere le sue idee e il lavoro da lei svolto con dedizione”.

Quest’anno non verranno assegnati il leoni d’oro (la signora Kouoh non ha fatto in tempo a proporre dei nomi). Un altro fatto eccezionale che non si verificava dal post ‘68 in cui i premi erano stati sospesi del tutto.

Koyo Kouoh avrebbe dovuto essere, e di fatto sarà, la prima donna africana a curare la Biennale di Venezia.

Tutto è iniziato sotto una grande pianta di Ficus Benjamina- ha detto il presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco (che ama mettere un po' di colore nei suoi interventi) - a Ca’ Giustinian, sede della Biennale di Venezia. Quell’albero ha segnato l’inizio di un’amicizia e di un impegno profondo con La Biennale, e quell’ombrello verde (…) è stato testimone di un patto sancito col sorriso glorioso di chi sa, vede, immagina, ben oltre i giorni e i mesi”.

Visivamente basata sull’idea di albero (per alludere alla poesia, alla pluralità, ai chiaroscuri della contemporaneità, della Storia, e all’interconnessione della comunità artistica globale) In Minor Keys” esporrà l’opera di 110 artisti (111 considerando anche il Padiglione delle Arti Applicate, costruito in collaborazione con il Victoria and Albert Museum di Londra dalla colombiana Gala Porras-Kim). Tra questi gli unici due nomi davvero famosi (almeno per il pubblico occidentale) sono quelli del maestro francese precursore della contemporaneità, Marcel Duchamp, e del tedesco Carsten Höller. Gli altri sono meno noti, per lo più provenienti dall’Africa anche se non soltanto (diversi, ad esempio, vengono dall’America latina, altrettanti dal sud est asiatico, qualche tedesco, un buon numero di statunitensi ecc.). E’ stata inserita una manciata di pionieri in alcune aree del mondo e un po’ di riscoperte, un numero ragionevolmente basso di esordienti (o quasi) ma in linea di massima si tratta di artisti viventi né troppo giovani né particolarmente anziani.

Di sviluppare il progetto della signora Kouoh e di portarlo a termine si sta occupando il team curatoriale da lei individuato: Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira e Rasha Salti (consulente); Siddhartha Mitter (editore capo); Rory Tsapayi (assistente alla ricerca). La distanza tra le persone coinvolte tuttavia non ha facilitato le cose: “Con membri -ha fatto sapere lo staff della Biennale - che vivono in diverse città del mondo (Gabe a Londra, Marie Hélène tra Dakar e Berlino, Rasha tra Beirut e Marsiglia, Rory a Città del Capo, Siddhartha a New York) ha proseguito nei mesi scorsi il lavoro di realizzazione della mostra, chiamando la struttura della Biennale a uno speciale impegno nella fase di definizione del progetto, e in particolare il Settore Arti Visive”.

La mostra prenderà le mosse dall’opera di due artisti scomparsi ritenuti particolarmente rilevanti e capaci di definire lo spirito dell’intera esposizione: il senegalese Issa Samb (pittore, scultore, performer, drammaturgo e poeta nato nel 1945 e morto nel 2017) e l’afroamericana Beverly Buchanan (artista multidisciplinare nota per la sua esplorazione dell'architettura vernacolare del sud vissuta tra il 1940 e il 2015). Per poi evolversi in maniera non lineare (un po’ come in un sogno, non a caso i riferimenti alla letteratura e alla poesia in questa Biennale saranno marcati) attorno ai temi della processione (ispirata alle coreografie carnevalesche e ai raduni del mondo afroatlantico), delle scuole (intese sia come gruppi radicati nei territori che transnazionali caratterizzati da un’etica comune e da una pratica collaborativa) e del riposo nella natura (qui saranno riuniti concetti molto diversi tra loro come: la piantagione, l’insediamento coloniale, il disastro ambientale e la memoria geologica).

L’allestimento (affidato allo studio d’architettura sudafricano Wolff Architects) dovrebbe segnare una discontinuità con le altre edizioni della kermesse veneziana con banner di tessuto che circoscriveranno lo spazio anziché pareti e il concetto di soglia molto amplificato.

Ai Giardini si terrà infine una processione di poeti suggerita dai cantastorie dell’Africa occidentale e dalla biografia di Koyo Kouoh (durante la performance itinerante “Poetry Caravan” aveva viaggiato con nove poeti africani da Dakar in Senegal a Timbuktu in Mali).

In Minor Keys”, la 61esima Esposizione Internazionale d’arte della Biennale di Venezia si inaugurerà il prossimo 9 maggio e proseguirà fino al 22 novembre 2026.

Eustaquio Neves, Arturos, Untitled , 1993–95, photograph, mixed technique. Courtesy the artist

Guadalupe Maravilla, ICE Age Disease Thrower #1, 2025. Courtesy the artist and P·P·O·W Gallery, New York

Melvin Edwards, le catene spezzate dell’astrattismo:

Solo exhibition view, Melvin Edwards, Palais de Tokyo (Paris), 10.22.2025 – 02.15.2026 © Melvin Edwards / ADAGP, Paris, 2025 Photo credit : Aurélien Mole

Celebrato nel 2021 con un’importante mostra d’arte pubblica al City Hall Park di Manhattan, lo scultore afroamericano, Melvin Edwards è un grande nome dell’arte contemporanea: un pioniere della saldatura dell’acciaio, un astrattista in grado di introdurre simboli sociali e politici all’interno di composizioni completamente svincolate dalla realtà e di piegare l’asciutto Minimalismo al sentire di una comunità oppressa come quella nera nell’America degli anni ‘60. Il tutto dialogando con i classici. Eppure il signor Edwards resta un artista poco conosciuto in Europa, nonostante il rilancio della sua opera sia partito proprio dalla Biennale di Venezia nel 2015, quando lo scomparso curatore nigeriano Okwui Enwezor fissò alle pareti dell’Arsenale i suoi “Lynch Fragments” (il cui titolo fa riferimento alla parola linciaggio) con il loro succedersi di forme aguzze come lame, parti di spranghe e catene.

In questo momento non sappiamo se Melvin Edwards (la presentazione di “In Minor Keys” è prevista per la fine di febbraio) sia uno dei nomi che la svizzera-camerunense Koyo Kouoh (recentemente scomparsa) e il team di persone che si occuperanno della effettiva realizzazione della 61esima Esposizione Internazionale d’Arte, abbiano deciso di portare quest’anno in laguna. Di Certo però l’artista ottantottenne è stato al centro di una personale al Palais de Tokyo di Parigi che si è appena conclusa (il 15 febbraio) ma che è stata un passo importante per la comprensione della sua opera nel vecchio continente.

Curata dalla statunitense Naomi Beckwith (normalmente curatrice capo del Guggenheim Museum di New York e il prossimo anno direttore artistico della sedicesima edizione di Documenta di Kassel) in collaborazione ai francesi Amandine Nana e François Piron (assistiti da Vincent Neveux), la retrospettiva parigina tratteggiava la carriera sessantennale del signor Edwards dagli esordi fino al lavoro più recente ed era realizzata in collaborazione al Museum Fredericianum di Kassel (nella Germania centrale) e alla Kunsthalle di Berna (Svizzera). Era anche l’ultima tappa di un tour coiminciato nel 2024 che ha portato l’opera omnia del signor Edwards in ognuno dei tre musei.

Solo exhibition view, Melvin Edwards, Palais de Tokyo (Paris), 10.22.2025 – 02.15.2026 © Melvin Edwards / ADAGP, Paris, 2025 Photo credit : Aurélien Mole

Nato in Texas il 4 maggio del 1937, Melvin Eugene Edwards Jr., ha passato parte dell’infanzia in una comunità segregata di Huston senza che la cosa lo abbia traumatizzato: “Ma non sapevo che fosse segregata- ha detto in un’intervista- Non lo sapevo. Mi segui? A sette anni, non sapevo che ci fosse una comunità bianca. Essendo Houston una grande città, i quartieri neri erano numerosi, diciamo, cinquantamila persone ciascuno, quindi i quartieri avevano le loro scuole superiori, negozi, tutto. In effetti, direi che, nella mia memoria, fino a quando non abbiamo lasciato Houston, non ricordo i bianchi. Il mondo di un bambino è così legato alla comunità e al quartiere. E la vita era davvero completa per un ragazzino”. Per poi trasferirsi a Dayton in Ohio e finire per tornare nuovamente in Texas. Ad ogni modo è proprio in quel periodo tra Dayton e Huston che il signor Edwards individua il principio della sua carriera artistica: “Quando avevo circa 9 anni- ha spiegato al Palais de Tokyo- andai per la prima volta in un museo con la mia classe a Dayton, in Ohio. Disegno fin da bambino, ma è stato il primo posto in cui ricordo consapevolmente di aver avuto un interesse per l'arte. C'erano schizzi che mi hanno fatto capire che non era necessario che i disegni fossero esattamente come le cose che si vedevano. Quindi è stata un'introduzione all'astrazione per me. Qualche anno dopo, tornato in Texas, ho seguito un corso d'arte alla Phillis Wheatley High School, una delle tre scuole superiori per neri a Houston durante la segregazione. Ho anche seguito un corso di architettura. Questo significava che stavo imparando a disegnare sia da una prospettiva artistica che da una tecnica. E a casa mi sedevo sul tetto del nostro garage e disegnavo le case, i tetti e gli alberi del quartiere. Quindi tutto questo, mescolato, ha fatto parte del mio sviluppo”.

Alla fine si laureerà in arte all’Università della California del Sud (dove oltre a studiare fu un talentuoso e appassionato giocatore di football) ed è allora che nascono i suoi primi “Lynch Fragments”.

Per quanto l’ispirazione per questi ultimi si faccia risalire al clima di quegli anni (il movimento per i diritti civili ma soprattutto le rivolte di Los Angeles dopo l’omicidio di un uomo di colore da parte della polizia nel ’62) “Some Bright Morning” (legata ai resoconti di 100 anni di linciaggi negli Stati Uniti documentati da Ralph Ginzburg in un libro) che è l’opera zero della serie, in realtà precede gli eventi storici di cui è considerato un riflesso.

Le sculture che compongono “Lynch Fragments” sono piccole e fatte per essere appese al muro (il signor Edwards ha spiegato che dato il poco spazio che aveva a disposizione agli esordi lavorare su un tavolo gli era più facile) e hanno forme sospese tra rifinito e transitorio, tra solidità e tensione. Spesso incorporano barre metalliche simili a spranghe, parti di utensili aguzzi ed affilati o catene facendo implicito riferimento alla violenza. Sono composizioni astratte poetiche ed ambigue che da lontano possono far pensare alle teste di animali impagliati (macabro complemento d’arredo comune nelle aree rurali degli Stati Uniti) ma anche a ordigni esplosivi rudimentali e a strane maschere africane. Con loro l’artista parteciperà ad una mostra collettiva al Whitney Museum of American Art di New York (città nella quale lui e la sua seconda moglie si erano trasferiti) e sempre per via di queste sculture otterrà una personale al Whitney nel 1970: sarà il primo artista afro-americano nella storia dell’istituzione.

Solo exhibition view, Melvin Edwards, Palais de Tokyo (Paris), 10.22.2025 – 02.15.2026 © Melvin Edwards / ADAGP, Paris, 2025 Photo credit : Aurélien Mole

Appassionato di musica e poesia che confluiscono nel suo lavoro, Melvin Edwards ha viaggiato in Africa più e più volte, inserendo suggestioni prese dalla cultura e dalla vita nelle strade dei paesi da lui visitati all’interno delle sue opere. Così come vere e proprie tecniche artigianali apprese nel continente o strumenti scoperti in giro per l’Africa. Negli anni ’70 ha usato il filo spinato insieme al solito armamentario di catene e attrezzi taglienti per costruire stanze severamente minimali eppure inquietanti. Mentre in seguito si è soffermato sul dinamismo e sul mutare di forme semplici divise e ricomposte, spesso dipinte con vivaci colori primari. Ha anche fatto molti memoriali. Sempre cercando di dialogare con l’opera di maestri del modernismo e della storia dell’arte in generale.

A Parigi riguardo le sue fonti d’ispirazione ha detto: “Nella stanza in cui ci troviamo attualmente, vedo qualcosa che è sempre stato presente nei miei pensieri, ma non è un'immagine nel mio lavoro. C'è un fiore sul muro chiamato uccello del paradiso. Era il fiore preferito di mia zia. E a Los Angeles, dove stavo imparando a dipingere e tutto il resto, crescevano sempre lì. Quindi ogni volta che vedo un uccello del paradiso, mi ricollego a mia zia, all'arte, a tutto questo. E se conosci il jazz in senso storico, uno dei musicisti jazz più creativi e significativi è stato Charlie Parker, detto anche ‘Bird’. E una delle sue composizioni più importanti è ‘Uccello del Paradiso’. Quindi, sai, le connessioni non seguono una linea retta”.

Solo exhibition view, Melvin Edwards, Palais de Tokyo (Paris), 10.22.2025 – 02.15.2026 © Melvin Edwards / ADAGP, Paris, 2025 Photo credit : Aurélien Mole

Solo exhibition view, Melvin Edwards, Palais de Tokyo (Paris), 10.22.2025 – 02.15.2026 © Melvin Edwards / ADAGP, Paris, 2025 Photo credit : Aurélien Mole

Solo exhibition view, Melvin Edwards, Palais de Tokyo (Paris), 10.22.2025 – 02.15.2026 © Melvin Edwards / ADAGP, Paris, 2025 Photo credit : Aurélien Mole

Solo exhibition view, Melvin Edwards, Palais de Tokyo (Paris), 10.22.2025 – 02.15.2026 © Melvin Edwards / ADAGP, Paris, 2025 Photo credit : Aurélien Mole

Solo exhibition view, Melvin Edwards, Palais de Tokyo (Paris), 10.22.2025 – 02.15.2026 © Melvin Edwards / ADAGP, Paris, 2025 Photo credit : Aurélien Mole