Biennale di Venezia| “Compose” il padiglione Giappone sulla magia della creatività quotidiana di Yuko Mohri

Pavilion of JAPAN, Compose, 60th International Art Exhibition - La Biennale di Venezia. Photo by: Matteo de Mayda  Courtesy: La Biennale di Venezia

Frizzante e denso di riferimenti alla bizzarria della quotidianità, “Compose”, il Padiglione Giappone di Yuko Mohri per la 60esima Esposizione Internazionale d’Arte, è piaciuto un po’ a tutti. Sarà che l’artista originaria di Kanagawa (una cittadina a sud di Tokyo) ha comperato tutti gli oggetti che sono serviti per le sue sculture cinetiche nelle botteghe del centro storico di Venezia, sarà che i suoni e le luci prodotti dal marcire della frutta suscitano meraviglia. Tuttavia, il Giappone (come l’Italia del resto) è uno dei pochi Paesi con una democrazia compiuta e un passato importante a non essersi lasciati coinvolgere dall’argomento portante della Biennale 2024 (la decolonizzazione). E questo lo ha fatto apparire un po’fuori dal coro.

Curato dal critico coreano, Sook-Kyung Lee (“Per la prima volta quest'anno, un cittadino non giapponese –ha spiegato l’artista in un’intervistaè stato invitato a supervisionare il padiglione giapponese”), “Compose”, come in genere le opere di Mohri, sollecita più sensi contemporaneamente. C’è il suono a cui l’artista attribuisce molta importanza (ha, tra l’altro, lavorato con affermati musicisti in Giappone), l’olfatto (che qui non sarà centrale come nel vicino Padiglione Corea ma riveste un suo ruolo) e naturalmente la vista, cui le forme e i colori degli oggetti assemblati da Mohri, regalano una piacevole esperienza. Sono, infatti, esposti dei mobiletti (anche loro reperiti in laguna) con sopra fruttiere, piene di arance, mele, angurie; a volte, poi, i frutti sono disposti direttamente sul piano, ma poco importa, in ognuno c’è un sensore che traduce il variare della composizione chimica dell’alimento in suoni e luci.

L’opera, che si intitola “Decomposition”, di fatto cambia in continuazione: muta l’odore (della frutta in decomposizione), l’intensità delle luci e cambiano i suoni. Mohri, infatti, sostituisce i prodotti abbastanza spesso (anche perché acquista frutta già molto matura, tanto da non essere più commerciabile), per poi farne compost per il parco in cui si tiene la Biennale (i Giardini). Il lavoro fa riferimento al ciclo della vita e al tentativo incessante di preservare la memoria. E, naturalmente, all’ecologia.

Ancora più evidente questo aspetto, nell’opera cardine del Padiglione Giappone: “La scultura cinetica di grandi dimensioni ‘Moré Moré (Leaky)’- ha spiegato il curatore, Sook-Kyung Lee- consta di molti oggetti quotidiani e pronti all’uso, come secchi di plastica, tubi traslucidi e piccole pompe che spostano l’acqua da un posto all’altro, presi dalle ferramenta locali (…)”. Per realizzarla Mohri, che in passato era stata colpita da soluzioni di fortuna adottate dal personale della metropolitana di Tokyo, ha creato delle perdite d’acqua appositamente per combatterle con catini, imbuti, bottiglie vuote e quant’altro. Ha anche ripristinato il lucernario e lasciato in bella vista il foro che caratterizza il pavimento dell’edificio costruito nel ’56 dall’architetto nipponico, Takamasa Yoshizaka (allievo di Le Corbusier). In maniera che i temporali potessero contribuire spontaneamente al moto incessante della scultura.

D’altra parte, Mohri, studia con grande attenzione l’ambiente prima di decidere definitivamente il contenuto delle sue mostre. “Per me, iniziare un lavoro- ha affermato in un’altra intervista- è un processo sia cognitivo che fisico. Naturalmente è fondamentale conoscere il sito espositivo e la storia del territorio circostante (…) una volta decisa la sede, mi assicuro di trascorrere più tempo possibile lì, da sola. A quel punto ho bisogno di restare indisturbata, sola, ascoltando direttamente lo spazio. È così che identifico le caratteristiche e gli elementi che lo compongono (…) Trascorro del tempo nelle gallerie finché non vedo la collocazione delle opere, determinata dalle condizioni, inclusa la consistenza del pavimento e le correnti d'aria create dal sistema di aria condizionata. Dall'esterno, questo processo potrebbe sembrare come se fossi semplicemente da sola nella stanza (lol), ma la mia testa gira tutto il tempo”.

Moré Moré (Leaky)” ha a che fare con l’ecologia (il riutilizzo degli oggetti, l’acqua alta di Venezia, le inondazioni e in generale le follie del clima) ma anche con il bagaglio di conoscenze nascoste nella vita di tutti i giorni, e con la poetica fantasia di cui diamo prova quando siamo alle prese coi problemi della quotidianità. Con l’origine della creazione e, in definitiva, con quella dell’arte stessa.

Mohri- scrive sul sito del padiglione il curatore- osserva come le crisi facciano emergere la massima creatività nelle persone (…) Le perdite d’acqua non vengono mai risolte del tutto e la frutta finisce a marcire nel compost, ma questi sforzi apparentemente futili indicano un barlume di speranza che la nostra umile creatività potrebbe portare”.

Compose”, il Padiglione Giappone di Yuko Mohri, vi piacerà. Resterà aperto per tutta la durata della Biennale di Venezia 2024 (fino al 24 novembre).

Pavilion of JAPAN, Compose, 60th International Art Exhibition - La Biennale di Venezia. Photo by: Matteo de Mayda  Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of JAPAN, Compose, 60th International Art Exhibition - La Biennale di Venezia. Photo by: Matteo de Mayda  Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of JAPAN, Compose, 60th International Art Exhibition - La Biennale di Venezia. Photo by: Matteo de Mayda  Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of JAPAN, Compose, 60th International Art Exhibition - La Biennale di Venezia. Photo by: Matteo de Mayda  Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of JAPAN, Compose, 60th International Art Exhibition - La Biennale di Venezia. Photo by: Matteo de Mayda  Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of JAPAN, Compose, 60th International Art Exhibition - La Biennale di Venezia. Photo by: Matteo de Mayda  Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of JAPAN, Compose, 60th International Art Exhibition - La Biennale di Venezia. Photo by: Matteo de Mayda  Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of JAPAN, Compose, 60th International Art Exhibition - La Biennale di Venezia. Photo by: Matteo de Mayda  Courtesy: La Biennale di Venezia

Biennale di Venezia| Il Padiglione Italia di Massimo Bartolini un po’ fuori posto nella biennale della decolonizzazione ma bello

Pavilion of ITALY DUE QUI / TO HEAR 60th International Art Exhibition - La Biennale di Venezia Photo by: Andrea Avezzù Courtesy: La Biennale di Venezia

A Due qui / To Hear”, il Padiglione Italia di Massimo Bartolini per la 60esima Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, si può accedere da due ingressi. L’artista originario di Cecina (provincia di Livorno) insieme al curatore milanese, Luca, Cerizza, hanno voluto così alludere alla circolarità (del pensiero, dell’esistenza, della storia ecc.) e permettere ai visitatori che arrivano dal giardino di pertinenza dell’edificio (quest’anno trattato come una sala) così come a chi viene dall’ingresso interno all’Arsenale, di incrociarsi nella stanza più grande, quella che ne costituisce il fulcro. Quest’ultima interamente occupata dall’installazione sonora e scultorea, “Due qui” (fatta di ponteggi tramutati in canne d’organo, piante di antichi giardini riadattati in percorsi verso la scoperta di sé) e dalla fontana, “Conveyance” (in cui un’onda conica non smette mai di alzarsi al centro di un cerchio di marmo) è davvero bella. L’intero padiglione lo è.

Magari è firmato da un uomo bianco occidentale, che lavora con un linguaggio tipicamente maschile e tipicamente occidentale come il minimalismo (la cui durezza è appena smussata dal buddismo e dalle filosofie orientali), che nel cuore della biennale della decolonizzazione può apparire un po’ fuori posto, ma è sicuramente un bellissimo padiglione. Uno dei più riusciti delle ultime edizioni.

Anche il carattere del temaStranieri Ovunque”, scelto dal curatore della manifestazione lagunare Adriano Pedrosa (da intendersi in più modi fino al sentirsi “stranieri a sé stessi”), è qui interpretato in maniera diversa: “(…) proponendo- hanno scritto gli organizzatori- un’ulteriore declinazione per la quale il non essere straniero deve iniziare con il non essere stranieri a se stessi”. Il titolo, infatti, partendo dalla traduzione apparentemente sbagliata, “Two here” (due qui) e To hear (sentire/udire), suggerisce come l’ascoltare, il “tendere l’orecchio”, sia già una forma di azione verso l’altro. E come le incomprensioni possano essere occasione di scoperta.

Di certo le polemiche che hanno accolto l’inaugurazione della mostra di Bartolini non lo sono.

L’Italia quest’anno viene rappresentata da un solo artista, è la seconda volta nella storia della Biennale che succede (la prima in assoluto è stata nella scorsa edizione) e a qualcuno la cosa non è piaciuta. Le altre nazioni, occidentali e non (sia che dispongano di padiglioni grandi, o che si adattino a spazi angusti), vengono rappresentate da un solista da decenni, perché è una formula vincente (chi espone è valorizzato, il pubblico capisce meglio, la stampa è più propensa a parlare dell’evento). L’unico Paese che non lo fa è la Repubblica Popolare Cinese (anche lei ha un padiglione che in genere, per quanto riguarda le arti visive, fa poco parlare di sé). Per esempio, alla 60esima Esposizione Internazionale d’Arte, nei Giardini (dove ci sono tutti i padiglioni più antichi e visitati), solo la Germania ha scelto di non veicolare il proprio messaggio attraverso una sola voce (ma due, non quattro o quaranta, a cui sono state comunque allestite mostre separate). Nelle edizioni precedenti però, pure quest’ultima, ha preferito delle personali. Insomma, questo non è un argomento che lascia spazio a pareri divergenti, come dimostrano le scelte adottate dagli altri Paesi.

Due qui / To Hear” era inoltre inadatta a queste critiche. Infatti, sebbene la firma del progetto sia quella di Bartolini, all’opera hanno partecipato anche le musiciste: Caterina Barbieri (italiana, classe 1990) e Kali Malone (statunitense, nata nel ‘94). Oltre al famoso compositore inglese, Gavin Bryars (del ’43) insieme al figlio, Yuri Bryars (nato nel ’99). Ci sono poi due testi commissionati appositamente per il progetto alla scrittrice e illustratrice per l’infanzia Nicoletta Costa (italiana, del ‘53) e al romanziere e poeta Tiziano Scarpa (italiano a sua volta ma del ‘63).

Se si accede dall’Arsenale, il Padiglione Italia, accoglie i visitatori con un minimalismo disarmante. Nella stanza c’è solo una piccola statua in bronzo di un Pensive Bodhisattva (una rappresentazione classica del Buddha, in cui il principe appare assorto e distaccato) collocata all’estremità di un lungo parallelepipedo bianco. Quest’ultimo elemento, che può alludere alla strada compiuta da Siddharta per raggiungere l’illuminazione, è in realtà una canna d’organo che attraverso un ventilatore è in grado di produrre un suono prolungato e continuo. I visitatori, però, se ne accorgono solo passandogli accanto e credono di percepire anche vibrazioni che li disorientano. Le pareti circostanti sono dipinte di verde e viola; i colori, secondo un’antica usanza, invece di costituire un abbellimento, indicano delle note musicali (in questo caso La e La bemolle)

Lo stesso tempo sospeso- ha scritto a proposito dell’opera il curatore, Luca Cerizza- suggerito dal Bodhisattva è rafforzato da questo suono prolungato, che rimanda a un tempo circolare”.

Pavilion of ITALY DUE QUI / TO HEAR 60th International Art Exhibition - La Biennale di Venezia Photo by: Andrea Avezzù Courtesy: La Biennale di Venezia

Ma è la seconda stanza (quella centrale considerando anche il giardino) a lasciare stupiti: di fronte a sé un labirinto di pali per ponteggio in metallo che evoca una cattedrale effimera e luccicante da attraversare percorrendo stretti viottoli. I tubi però sono stati modificati uno ad uno per trasformarsi in canne d’organo (“grazie alla collaborazione di organari e tecnici specializzati”) e suonano al passaggio del pubblico, mentre le melodie composte dalle musiciste Barbieri e Malone, vengono diffuse in loop da due rulli a motorie, che funzionano come grandi carrilon. La pianta dell’installazione, in questa sala, rimanda ai giardini italiani barocchi, mentre i visitatori sono chiamati ad attivare l’opera in maniere potenzialmente infinite: “il suono di questa macchina musicale- continua Cerizza- è percepibile in modi sempre diversi a seconda dei tempi e direzioni di percorrenza dello spettatore. È il nostro movimento a ‘comporre’ parzialmente una musica sempre nuova”.

Al centro della stanza c’è una fontana in marmo (“Conveyance”). Inutile dire che si tratta di un’opera strettamente minimalista, composta da due cerchi concentrici (la vasca e la seduta da cui i visitatori possono contemplarla). L’acqua qui non si perde in giochi, si limita a un’onda conica: “Chiamata in termini scientifici ‘solitone’, è un’onda simile a quella che genera uno ‘tsunami’ ma replicata di continuo come in un esperimento di laboratorio.” A differenza di quanto si potrebbe pensare la fontana è silenziosa (è anzi il punto più propizio per ascoltare le melodie che si alzano dalla foresta di tubi) e se guardata abbastanza a lungo dovrebbe predisporre alla meditazione.

Massimo Bartolini, Due qui, 2024 12×6×50 m 50 minutes of music / 10 minutes of silence iron, cast iron, motors, electronics Music composed by: Caterina Barbieri, Kali Malone Metalwork and engineering: Yari Andrea Mazza Detailed design: Riccardo Rossi Organ builders: Massimo Drovandi, Samuele Frangioni, Samuele Maffucci Electronics: Valerio Marrucci Scaffolding assembly: Euroedile, Postioma (TV) (Alessandro Ballan, Denis Daullja, Fabiano Gregolin, Nicola Lazzari, Vasyl Ozhibko, Rinor Krasniqi, Vitali Serbin) Courtesy the artist, Massimo De Carlo, Frith Street Gallery and Magazzino Photo © Agostino Osio / AltoPiano

Usciti da questa stanza ci si trova nel giardino. In alcuni punti del quale si attivano le melodie dei Bryars ma il pubblico può anche fermarsi ad osservare un cerchio di persone coi piedi sotterranti che cingono un albero (“Lo proteggono e lo contemplano allo stesso tempo, diventando un pubblico che custodisce”). La performance non c’è sempre ma l’installazione sonora si, e accompagna con grazia il passaggio delle persone in mezzo agli alberi secolari.

Nato nel ’62, Massimo Bartolini, che stranamente continua a vivere e lavorare a Cecina, ha una carriera di tutto rispetto alle spalle. Prima di quest’anno ha già partecipato tre volte alla Biennale di Venezia (ma mai da solista). Nel 2012, invece, è stato ospite a Documenta di Kassel. E’ anche insegnate (alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano e all’Accademia di Belle Arti di Bologna).

Per concludere,Due qui / To Hear”, il Padiglione Italia di Massimo Bartolini va assolutamente visitato. Per quanto non sia la partecipazione nazionale più inerente al tema della la 60esima Esposizione Internazionale d’Arte (anzi tra i Paesi occidentali forse è una delle meno consonanti sia stilisticamente che concettualmente), è di certo una gran bella mostra. Inoltre, l’idea di permettere ai visitatori l’ingresso anche dal giardino di pertinenza dell’edificio, potrebbe permettere a qualcuno di sveltire i tempi di attesa per accedere a questa parte della Biennale di Venezia 2024.

Massimo Bartolini, Pensive Bodhisattva on A Flat, 2024 2500×32×32 cm, statue 40×9×9 cm 50 minutes of music / 10 minutes of silence wood, motor, bronze Organ builders: Massimo Drovandi, Samuele Frangioni, Samuele Maffucci Courtesy the artist, Massimo De Carlo, Frith Street Gallery and Magazzino Photo © Agostino Osio / AltoPiano

Pavilion of ITALY DUE QUI / TO HEAR 60th International Art Exhibition - La Biennale di Venezia Photo by: Andrea Avezzù Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of ITALY DUE QUI / TO HEAR 60th International Art Exhibition - La Biennale di Venezia Photo by: Andrea Avezzù Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of ITALY DUE QUI / TO HEAR 60th International Art Exhibition - La Biennale di Venezia Photo by: Andrea Avezzù Courtesy: La Biennale di Venezia

Massimo Bartolini, Due qui, 2024 12×6×50 m 50 minutes of music / 10 minutes of silence iron, cast iron, motors, electronics Music composed by: Caterina Barbieri, Kali Malone Metalwork and engineering: Yari Andrea Mazza Detailed design: Riccardo Rossi Organ builders: Massimo Drovandi, Samuele Frangioni, Samuele Maffucci Electronics: Valerio Marrucci Scaffolding assembly: Euroedile, Postioma (TV) (Alessandro Ballan, Denis Daullja, Fabiano Gregolin, Nicola Lazzari, Vasyl Ozhibko, Rinor Krasniqi, Vitali Serbin) Courtesy the artist, Massimo De Carlo, Frith Street Gallery and Magazzino Photo © Agostino Osio / AltoPiano

Massimo Bartolini, Due qui, 2024 12×6×50 m 50 minutes of music / 10 minutes of silence iron, cast iron, motors, electronics Music composed by: Caterina Barbieri, Kali Malone Metalwork and engineering: Yari Andrea Mazza Detailed design: Riccardo Rossi Organ builders: Massimo Drovandi, Samuele Frangioni, Samuele Maffucci Electronics: Valerio Marrucci Scaffolding assembly: Euroedile, Postioma (TV) (Alessandro Ballan, Denis Daullja, Fabiano Gregolin, Nicola Lazzari, Vasyl Ozhibko, Rinor Krasniqi, Vitali Serbin) Courtesy the artist, Massimo De Carlo, Frith Street Gallery and Magazzino Photo © Agostino Osio / AltoPiano

Pavilion of ITALY DUE QUI / TO HEAR 60th International Art Exhibition - La Biennale di Venezia Photo by: Andrea Avezzù Courtesy: La Biennale di Venezia

Massimo Bartolini, A veces ya no puedo moverme, 2024 variable dimensions 6 boomboxes, mixer Music composed by: Gavin and Yuri Bryars Percussions: Gavin and Yuri Bryars Voices: Alessandra Fiori, Francesca Santi, Silvia Testoni Sound engineering: Louis McGuire Production assistant: Emanuele Wiltsch Barberio La Biennale di Venezia team: Paolo Zanin, Michele Braga, Dario Sevieri, Enrico Wiltsch Recorded at Cosmogram, Giudecca, Venice, February 24 and 25, 2024 Courtesy the artist, Massimo De Carlo, Frith Street Gallery, and Magazzino Photo © Agostino Osio / AltoPiano

Massimo Bartolini con l’opera Pensive Bodhisattva on A Flat (Bodhisattva pensieroso su La bemolle), 2024, all’interno del Padiglione Italia – Biennale Arte 2024 Foto © Agostino Osio per AltoPiano

Biennale di Venezia| Il piccolo ma entusiasmante Padiglione Senegal di Alioune Diagne

Pavilion of SENEGAL "Bokk - Bounds" 60th International Art Exhibition - La Biennale di Venezia Photo by: Andrea Avezzù Courtesy: La Biennale di Venezia

Per la sua prima partecipazione alla Biennale di Venezia il Senegal si è accontentato di un piccolo padiglione. La grande stanza all’Arsenale è in condivisione, certo, ma la posizione è eccellente (appena dopo la mostra principale “Stranieri Ovunque- Foreigners Everywhere”). E poi il trentottenne, Alioune Diagne, (insieme al curatore Massamba Mbaye) è stato capace di ritagliato un angolo intimo capace di beneficiare della luce naturale che, a momenti, lambisce la barca capovolta e male in arnese che l’artista ha ricoperto di tessuti tradizionali decorati da lui stesso.

Su Instagram riguardo a questa piccola imbarcazione in legno ha scritto: “Le piroghe sono un simbolo importante e sono diffuse in tutto il mio Paese. È un tipo di imbarcazione utilizzata sia dai pescatori che dai migranti che cercano un futuro migliore in Europa. Anche il nome Senegal, deriva dalle parole wolof « Sunu » (nostro) e « gal » (piroga): la nostra piroga. Il Senegal è come una nave che condividiamo. Qui è rotto perché le nostre opportunità di viaggiare sono ostacolate. Le traversate verso l’Europa per la migrazione sono mortali e nascono dalla paura del futuro avvertita dai giovani del mio Paese. La piroga spezzata rappresenta anche i legami recisi tra le persone a causa del razzismo, dell'egoismo, dell'avidità... Attraverso il tessuto ricoperto di segni che avvolge la piroga, cerco simbolicamente di decifrare e riannodare i legami. I segni appartengono ad un linguaggio che sarebbe universale e permetterebbe a tutti di capirsi implicitamente”.

Dietro la barca spezzata però c’è il pezzo forte del Padiglione Senegal per la 60esima Esposizione internazionale d’Arte La Biennale di Venezia 2024: un monumentale dipinto figurativo di quattro metri per dodici, composto da tele di diverse dimensioni, accostate l’una all’altra come tessere di un puzzle. Diagne, nelle opere ha privilegiato scene di disastri contemporanei che coinvolgono la sua gente e contrastano con il titolo del padiglione, “Bokk – Bounds” (in lingua wolof, Bokk significa ‘ciò che è condiviso’, ‘tenuto in comune’, così come i legami familiari), che sembrerebbe invece evocare riunioni gioiose o momenti d’intimità compartecipata. Ma soprattutto ha usato il suo stile in bilico tra libertà e tenacia.

Nato e cresciuto in Senegal, Alioune Diagne, da qualche anno vive tra la Francia e la sua patria. Ed è proprio nel Paese di Molière che Diagne ha elaborato un modo di dipingere peculiare. Prima di tutto sceglie una scena (di cronaca o fotografata da lui stesso durante la vita quotidiana) e poi, dopo aver fatto degli schizzi ed aver abbozzato sulla tela il disegno, applica migliaia di minuscoli “segni inconsci”. Cioè simboli grafici di fantasia quasi sempre diversi tra loro, che da lontano diventano masse di colore omogenee con tanto di sfumature e chiaro-scuri. Per qualche ragione il risultato ricorda il Divisionismo manipolato geneticamente con le fantasie dei tessuti africani. E poi, nei dipinti di Diagne, gli spazi lasciati bianchi sulla tela tendono a liberarsi tutti insieme, quando l’osservatore raggiunge una certa distanza dall’immagine. L’effetto ottico è simile a quello di un velo candido o di una vernice in aggetto rispetto alle zone colorate, o ancora di una nebbia che sta prendendo possesso della scena proprio in quel momento, colta mentre è in procinto di erodere i confini delle immagini. I colori, infine, cambiano da un lavoro all’altro e a Venezia richiamano i toni vivi del Rinascimento e dell’antica pittura italiana, mentre le masse di corpi in movimento non possono non far volgere per un momento il pensiero a Delacroix. Il resto è talento e contemporaneità in cui l’artista spera di imprimere un segno.

In un’intervista rilasciata in Francia, a proposito della sua partecipazione alla Biennale ha detto: “Provo orgoglio. Vivevo in un villaggio molto remoto del Senegal. Non avevo mai messo piede in una galleria, né in un museo, prima dei 25 anni, né avevo incontrato nessuno che si definisse pittore o designer. Nel mio angolo, fin da piccolo, disegnavo. Ho combattuto da solo senza sapere cosa stavo facendo. Oggi rappresenterò il Senegal alla Biennale di Venezia. Questo è un viaggio per me! Faccio fatica a trovare le parole... È immenso, un grande onore, un motivo di orgoglio. E poi rappresento il Senegal, che partecipa per la prima volta alla Biennale di Venezia. Per me è anche un modo per aprire le porte ai giovani artisti senegalesi affinché anche loro possano avere la possibilità di partecipare a questi grandi eventi. Lo Stato senegalese deve inserire questo evento nella sua agenda culturale”.

Bokk – Bounds”, il Padiglione Senegal di Alioune Diagne per la Biennale di Venezia 2024, è piccolo ma trasmette una sensazione di entusiasmo e merita di sicuro una visita. I tempi sono gli stessi della mostra principale e delle altre partecipazioni nazionali: fino al 24 novembre 2024.

Pavilion of SENEGAL "Bokk - Bounds" 60th International Art Exhibition - La Biennale di Venezia Photo by: Andrea Avezzù Courtesy: La Biennale di Venezia

un particolare dell’enorme dipinto fatto di “segni inconsci” di Alioune Diagne Photo: © artbooms.com

Pavilion of SENEGAL "Bokk - Bounds" 60th International Art Exhibition - La Biennale di Venezia Photo by: Andrea Avezzù Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of SENEGAL "Bokk - Bounds" 60th International Art Exhibition - La Biennale di Venezia Photo by: Andrea Avezzù Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of SENEGAL "Bokk - Bounds" 60th International Art Exhibition - La Biennale di Venezia Photo by: Andrea Avezzù Courtesy: La Biennale di Venezia

Pavilion of SENEGAL "Bokk - Bounds" 60th International Art Exhibition - La Biennale di Venezia Photo by: Andrea Avezzù Courtesy: La Biennale di Venezia