“Floating Cloud”, la nuvola che fa luce e vola sul comodino by Richard Clarkson

lampada-nuvola-richard-clarckson

Floating Cloud è la nuova creazione del designer newyorkese Richard Clarkson. Si tratta di una lampada in fibra di poliestere che nella forma riproduce in tutto e per tutto una nuvoletta. E vola davvero.
Floating Cloud è la naturale evoluzione di un prototipo, realizzato da Clarkson in un numero limitato di esemplari lo scorso anno.

Ma se la prima versione era di dimensioni piuttosto impegnative e si sollevava al massimo 4 centimetri, la nuova è piccola quanto basta per far sempre bella figura in un salotto o su un comodino e dovrebbe restare permanentemente sospesa a quasi 7 centimetri dalla base.

Le nuvole sono uno delle forme ricorrenti nella produzione di Richard Clarkson che ne ha già fatto lampadari e applique. Floating Cloud ne ricalca la maggior parte delle caratteristiche ma è più evoluta. Tenuta in sospensione da un complesso sistema composto da magneti, elettromagneti e un sensore, cambia colore come i suoi predecessori ma è più piccola, risponde ai cambiamenti dell’ambiente circostante (musica, voci) e soprattutto si libra al di sopra del basamento come una vera e propria nuvoletta.

Benchè la nuova nuvoletta di Clarkson sia adesso una produzione di serie non bisogna crederla meno esclusiva, visto il prezzo non proprio popolarissimo. 

Per saperene di più su Floating Cloud di Richard Clarkson : qui (via Colossal)

nuvola-fluttuante-richard-clarckson
floating-cloud-lampada-richard-clarckson
lampada-nuvola-volante-richard-clarckson
lampada-nuvola-volante-richard-clarckson-01

Biennale di Venezia 2017| Guida essenziale per la sopravvivenza del visitatore

Padiglione Germania| eliza douglas in anne imhof, faust, 2017 german pavilion, 57th international art exhibition – la biennale di venezia; photography © nadine fraczkowski; courtesy: german pavilion 2017, the artist

Padiglione Germania| eliza douglas in anne imhof, faust, 2017 german pavilion, 57th international art exhibition – la biennale di venezia; photography © nadine fraczkowski; courtesy: german pavilion 2017, the artist

QUANTO TEMPO CI VUOLE:

La Biennale di Venezia si articola in due locations importanti e relativamente vicine tra loro: i Giardini della Biennale e l’Arsenale. A cui si aggiungono alcuni padiglioni nazionali ed eventi (talvolta importanti) disseminati per tutta la città.
Bisogna calcolare più o meno una giornata per visitare per i soli Giardini. E almeno una mezza giornata abbondante per l’Arsenale. Se poi si desidera vedere una mostra esterna alle due sedi principali i tempi si possono allungare molto.

E’ il caso della personale di Damien Hirst a Palazzo Grassi (“Treasures from the Wreck of the Unbelievable”) che è molto corposa e quindi inadatta a una visita veloce.

Treasures from the Wreck of the Unbelievable, Palazzo Grassi| damien hirst, detail of mickey carried by diverunderwater photography by christoph gerigk

Treasures from the Wreck of the Unbelievable, Palazzo Grassi| damien hirst, detail of mickey carried by diverunderwater photography by christoph gerigk

A chi ha intenzione di fare una gita in giornata consiglio di arrivare presto (apre alle 10) e puntare tutto su i Giardini. Se alla fine rimanesse un po’ di tempo l’Arsenale non è comunque lontano.

Padiglione Giappone| Out of Disorder (Mountains and Sea), 2017, ©Takahiro Iwasaki, Courtesy of URANO photo by Keizo Kioku, photo courtesy of the Japan Foundation

Padiglione Giappone| Out of Disorder (Mountains and Sea), 2017, ©Takahiro Iwasaki, Courtesy of URANO photo by Keizo Kioku, photo courtesy of the Japan Foundation

COSA VEDERE:

Ai Giardini della Biennale, oltre alla mostra curata da Christine Macel “VIVA ARTE VIVA” (comincia al Padiglione Centrale nei Giardini e termina all’Arsenale), è da vedere assolutamente il Padiglione Germania (la mostra “Faust”, premiata con il Leone d’Oro per le partecipazioni nazionali, di Anne Imhof, che lo costituisce è una performance, quindi occhio agli orari degli spettacoli).
Sono poi altamente consigliati: il Padiglione Brasile, il Padiglione Egitto, il Padiglione Giappone e il Padiglione Israele.

Padiglione Israele| gal weistein, "sun stand still". padiglione di israele, biennale di venezia 2017, photo © artbooms

Padiglione Israele| gal weistein, "sun stand still". padiglione di israele, biennale di venezia 2017, photo © artbooms

All’Arsenale, oltre a “VIVA ARTE VIVA”, è da vedere soprattutto il Padiglione Italia ( “Il mondo magico”, opere di Roberto Cuoghi, Adelita Husni-Bey e Giorgio Andreatta Calò, curato da Cecilia Alemani).  Ma merita molto anche il Padiglione Nuova Zelanda.
Se poi si vuole completare la visita con qualcosa che alcuni critici hanno deprecato ma che al pubblico sembra piacere assai, non fatevi scappare il Padiglione Argentina e il Padiglione Cina (quest’ultimo è proprio alla fine del percorso).

Padiglione Nuova Zelanda| in Pursuit of Venus [infected], 2015–17, Lisa Reihana: Emissaries, Biennale Arte 2017. Photo: Michael Hall. Image courtesy of New Zealand at Venice.

Padiglione Nuova Zelanda| in Pursuit of Venus [infected], 2015–17, Lisa Reihana: Emissaries, Biennale Arte 2017. Photo: Michael Hall. Image courtesy of New Zealand at Venice.

FILE, CODE & co:

Se il giorno o l’orario sono particolarmente favorevoli è possibile che dobbiate fare la fila per l’ingresso in Biennale ma non vi dovete spaventare perché di sicuro la cosa vi rallenterà solo di poco. A creare problemi invece possono essere le code interne al percorso.

Se volete assicurarvi di vedere il Padiglione Germania partite presto e appena entrati nei Giardini correte alla vostra destra, anche così aimè probabilmente dovrete fare la fila.
File quasi sicure anche per vedere il Padiglione Stati Uniti, per osservare le minuscole opere del Padiglione Giappone da un buco nel pavimento e per salire sul camion rovesciato di fronte al Padiglione Austria. Qualche rischio, in fine, per il Padiglione Grecia.

Padiglione Argentina| Claudia Fontes, The Horse Problem, Courtesy © Claudia Fontes

Padiglione Argentina| Claudia Fontes, The Horse Problem, Courtesy © Claudia Fontes

DOVE MANGIARE ECC::

Le location sono disseminate di punti ristoro.

Per prezzo del biglietto, riduzioni varie, informazioni sul catalogo, visite guidate ed eventi collaterali vi rimando al sito della Biennale d’Arte 2017

Padiglione Germania| billy bultheel and franziska aigner in anne imhof, faust, 2017 german pavilion, 57th international art exhibition – la biennale di venezia; photography © nadine fraczkowski; courtesy: german pavilion 2017, the artist

Padiglione Germania| billy bultheel and franziska aigner in anne imhof, faust, 2017 german pavilion, 57th international art exhibition – la biennale di venezia; photography © nadine fraczkowski; courtesy: german pavilion 2017, the artist

Le 1100 puntine da disegno di Toshihiko Shibuya che spuntano come minuscoli funghi dal muschio di un ruscello

All photos courtesy Toshihiko Shibuya

All photos courtesy Toshihiko Shibuya

L’artista Toshihiko Shibuya ha recentemente completato “White Generation 2” una complessa e poetica installazione nel cuore di un incontaminato bosco giapponese. 

Minimale e fragile, la scultura di Toshihiko Shibuya è composta da 1100 puntine da disegno bianche a testa tonda, posizionate a mano. Tre metri in altezza per 25 di lunghezza, si dipana sul muschio dei rami caduti in un ruscello della foresta di Hobetsu, nella parte centro meridionale dell’isola di Hokkaido. 

L’opera è il seguito della monumentale installazione “White Generation”, realizzata dall’artista nella metropolitana di Sapporo. Ma se nel primo caso le puntine da disegno ricordavano cellule e muffe, calate nell’ambiente naturale fanno pensare a minuscoli funghi, bozzoli, lucciole. Come se il semplice fatto di inserirle in un bosco, assecondando le movenze frastagliate e sinuose del paesaggio, avesse fatto automaticamente avanzare l’orologio evolutivo.

E soprattutto, a differenza della prima scultura, “White Generation 2” fa lavoro di squadra con l’ambiente circostante (come nel caso della serie “Snow Pallet” di cui ho parlato qui e qui).

“Se pioverà forte, qualche pezzo vicino alla superficie dell’acqua sarà sommerso- spiega Toshihiko Shibuya- In questo caso la vista del ruscello trasmetterà la memoria di violenti temporali estivi. Credo che sia importante godersi lo spettacolo dell’acqua che si alza o si abbassa ed essere in grado di percepire i mutamenti del paesaggio giorno dopo giorno”.

Profondamente legato all’estetica giapponese il lavoro di Toshihiko Shibuya si iscrive nel solco della Land Art ed è caratterizzato da interventi minimali. “White Generation 2” evoca il cocciuto germinare ed espandersi della vita e ricorda lo scorrere ciclico del tempo. 

Ad inserire questo concetto in una dimensione più ampia di sicuro concorre il fatto che Hobetsu si trova in un’area nota per i reperti fossili e che a renderla famosa è stato il ritrovamento di uno scheletro di dinosauro particolarmente integro e ben conservato. 

L’installazione è stata realizzata nell’ambito della mostra a cielo aperto Ponpetsu Art Fort 2017 che inaugurerà sabato prossimo (fino al 20 agosto).

toshihiko-shibuya-white-generation-2-01
toshihiko-shibuya-white-generation-2-02
toshihiko-shibuya-white-generation-2-03
toshihiko-shibuya-white-generation-2-04
toshihiko-shibuya-white-generation-2-05
toshihiko-shibuya-white-generation-2-06
toshihiko-shibuya-white-generation-2-07
toshihiko-shibuya-white-generation-2-09
toshihiko-shibuya-white-generation-2-10
toshihiko-shibuya-white-generation-2-11
toshihiko-shibuya-white-generation-2-12
ponpetsu-art-fort-hobetsu