Let's Get Digital| Da ieri NFT e Criptoarte sono in mostra a Palazzo Strozzi di Firenze. Per scoprire tutti i segreti della rivoluzione più discussa della Storia dell'Arte

Refik Anadol, Machine Hallucination - Renaissance Dream ©photo Ela Bialkowska OKNOstudio

Furti, falsi, dubbie attribuzioni: è l’altra metà dell’arte, quella oscura. Ma tutto questo non vale, per l’arte digitale. Almeno quella certificata in NFT (cioè la cripotarte). Che non si può rubare ne falsificare come un dipinto, anche se riprodotta milioni di volte. Come se avesse delle impronte digitali o ancora meglio un dna. Una caratteristica che l’ha resa una forma di investimento sicuro e che ha fatto macinare record d’asta ad opere poco conosciute, tramutando in star i loro autori

Una discussa rivoluzione in corso. Così mentre Beeple mette in asta un lavoro creato a quattro mani con Madonna e Refik Anadol incassa 1milione e 38mila dollari con “Living Architecture: Casa Batlló”, Palazzo Strozzi di Firenze inaugura “Let’s Get Digital!” Una mostra dedicata agli esponenti più noti di NFT e criptoarte (Beeple, Refik Anadol, Daniel Arsham , Krista Kim, Andrés Reisinger, Anyma).

Let’s Get Digital- ha detto Arturo Galsino direttore di Palazzo Strozzi e dell'omonima Fondazione- rappresenta una delle prime e più importanti mostre dedicate alla rivoluzione NFT mai realizzate da una istituzione culturale del nostro paese e si pone l’obiettivo di avvicinare il grande pubblicoa opere e temi che stanno trasformando in maniera radicale il nostro rapporto con l’arte, e con il mondo digitale nel suo complesso. Nell’ambito del programma Palazzo Strozzi Future Art con la Fondazione Hillary Merkus Recordati, questa mostra si pone come un ulteriore tassello di sperimentazione e visione sull’arte del presente".

L’esposizione si affianca a quella di Donatello (per ricordare che il passato è vivo solo attraverso il presente e la prospettiva di un futuro). Ed è a misura di grande pubblico, fornendo sia un modo veloce e piacevole per apprendere l’abc di un fenomeno nuovo (con tanto di glossario), che lo spazio per approfondimenti (c’è una biblioteca sull’argomento).

Partendo, appunto, dalla definizione di NFT: "Acronimo per Non-Fungible Token, gettone non fungibile/riproducibile, un NFT è un video, un’immagine o un qualunque contenuto digitale che viene certificato (o in gergo “mintato”, coniato) attraverso la blockchain. Letteralmente una catena di blocchi, questa tecnologia rende i file crittografati, non modificabili e registrati in un archivio che garantisce a un file di essere visualizzato da tutti ma posseduto solo da un singolo individuo o, per meglio dire, da un singolo wallet, un indirizzo identificativo ma anonimo".

Il pezzo forte di “Let’s Get Digital! è la grande opera di Refik Anadol "Machine Hallucination - Renaissance Dreams". Realizzata appositamente per il cortile di Palazzo Strozzi dall’artista turco-statunitense, è alta 9 metri e larga sei. L’enorme monitor, tuttavia, sembra privo di una forma fisica chiara: a volte appare un semplice schermo altre dà l’impressione di essere concavo. Su di lui masse di colore si agitano come onde, si fondono e scontrano impetuose. Sono i colori di tutte le opere del Rinascimento che Anadol ha dato in pasto a una macchina . E il lavoro non è nient’altro che quello che lei vede se le si chiede di visualizzarli tutti insieme.

La grande opera d’arte pubblica (accessibile a tutti gratuitamente com’è tradizione di Palazzo Strozzi in occasione delle sue mostre contemporanee) introduce al percorso pensato per gli spazi della Strozzina (che poi sono i sotterranei dell’edificio rinascimentale).

Lì ci sono le opere, decisamente molto pop e spesso fastidiosamente caricaturali, di chi la rivoluzione degli NFT l’ha fatta esplodere diventandone l’indiscusso protagonista. Lo statunitense Mike Winkelmann, in arte Beeple, infatti, grazie al suo collage digitale "Everydays: the First 5000 Days" (in mostra), ha guadagnato 69,3 milioni di dollari diventando d'un giorno all'altro l'artista più quotato al mondo dopo David Hockney e Jeff Koons (anche lui recentemente protagonista di una mostra a Palazzo Strozzi).

Ma anche il busto del Louvre proveniente dalla Collezione Borghese che si forma ed erode continuamente dello statunitense Daniel Arsham. Dietro di lui le stagioni cambiano, in omaggio alla ciclicità orientale e a un gusto per la bellezza senza tempo, che Arsham affianca sempre alle sue opere legate a un concetto di futuro di ineluttabile scomparsa e solitudine (anche la scultura protagonista di quest’opera è programmata per scomparire del tutto nel corso di mille anni).

Poi la quotidianità sospesa e poetica dell’argentino Andrés Reisinger, le atmosfere, allo stesso tempo rilassanti e distopiche, della casa su marte immaginata dall’unica donna del gruppo: la canadese Krista Kim. E gli ibridi ingenuo-nostalgici tra macchine e natura del collettivo italiano Anyma (Matteo Milleri e Alessio De Vecchi).

Let’s Get Digital!” non è una grande mostra (non come quella che dal 22 settembre Palazzo Strozzi dedicherà a Olafur Eliasson e che occuperà gran parte del museo) ma ha il pregio di condensare opere importanti e in modo molto diverso profondamente rappresentative della rivoluzione NFT. Curata da Arturo Galansino è co-curata da Serena Tabacchi (Direttrice del MoCDA, Museo d’arte digitale contemporanea), si potrà visitare fino al 31 luglio.

Refik Anadol, Machine Hallucination - Renaissance Dream ©photo Ela Bialkowska OKNOstudio

Daniel Arsham, Eroding and Reforming Bust of Rome (One Year),, 2021, NFT single-channel video with sound Courtesy the artist RFC Collection - Pablo Rodriguez-Fraile & Desiree Casoni

Daniel Arsham, Eroding and Reforming Bust of Rome (One Year),, 2021, NFT single-channel video with sound Courtesy the artist RFC Collection - Pablo Rodriguez-Fraile & Desiree Casoni

Beeple (Mike Winkelmann) Everyday: INFECTED CULTURE DAY, 2020 Video files (NFT) RFC Collection - Pablo Rodriguez-Fraile & Desiree Casoni Courtesy the artist

Beeple (Mike Winkelmann) Everydays: GIGACHAD, 2021 Video files (NFT) RFC Collection - Pablo Rodriguez-Fraile & Desiree Casoni Courtesy the artist

Krista Kim Mars House, 2020 3D files (NFT) Music: Jeff Schroeder Courtesy Krista Kim Studio Collection AOI Vault

Anyma (Matteo Millari and Alessio De Vecchi) Angel 1, 2022 Computer Generated Images (NFT) Courtesy the artists and private collections

Anyma (Matteo Millari and Alessio De Vecchi), Eva 0, 2021 Computer Generated Images (NFT) Courtesy the artists and private collections

Andrés Reisinger, Arcadia (2021) A collaborative work by Andrés Reisinger, Arch Hades e RACVideo with sound (NFT), 9’48” Designers: Sebastian Baptista, Carlos Neda, Javier Bianchi Courtesy the artist RFC Collection - Pablo Rodriguez-Fraile & Desiree Casoni

Andrés Reisinger, Arcadia (2021) A collaborative work by Andrés Reisinger, Arch Hades e RACVideo with sound (NFT), 9’48” Designers: Sebastian Baptista, Carlos Neda, Javier Bianchi Courtesy the artist RFC Collection - Pablo Rodriguez-Fraile & Desiree Casoni

La sala dedicata all’installazione video multischermo di Andrés Reisinger ©photo Ela Bialkowska OKNOstudio

La sala dedicata alle opere di Beeple ©photo Ela Bialkowska OKNOstudio

Glosssario a Palazzo Strozzzi ©photo Ela Bialkowska OKNOstudio

Biennale di Venezia 2022| Perpetual Motion il Padiglione Islanda meditativo e raffinato di Sigurður Guðjónsson. Sospeso tra iperrealismo ed astrazione

Sigurður Guðjónsson, Still from Perpetual Motion, 2022, courtesy of the artist and BERG Contemporary

L’artista Sigurður Guðjónsson, con la mostra “Perpetual Motion”, per la 59esima Esposizione internazionale d’Arte- La Biennale di Venezia, presenta un Padiglione Islanda completamente diverso da quello accogliente e psichedelico immaginato da Shoplifter nel 2019. Il suo è uno spazio minimale e meditativo, sottilmente poetico, in bilico tra realismo (sarebbe anzi meglio dire iperrealismo) e astrazione. Ma non meno visivamente appagante.

D’altra parte è la prima volta che il piccolo paese insulare nord europeo presenta la sua installazione nei visitatissimi spazi dell’Arsenale (nelle due edizioni precedenti della manifestazione, per esempio, aveva avuto sede alla Giudecca). E probabilmente ci tiene a dare la migliore impressione possibile di se. Questo è un aspetto che riecheggia (e non è l’unico) uno dei leitmotiv della kermesse lagunare di quest’anno, che è una Biennale delle prime volte (per la prima volta curata da una donna italiana, per la prima volta le artiste superano gli artisti ecc.).

Guðjónsson, parte dalla porzione di un oggetto comune fino a pochi anni fa. Si potrebbe addirittura spingersi a definirlo un rifiuto. Si tratta, infatti, di un piccolo disco magnetico (prelevato da un vecchio altoparlante), con polvere di metallo sul bordo. Poi riprende quest'ultima. Ne fa un primo piano più che ravvicinato mentre ruota. Rendendo possibile all’occhio umano vedere il materiale e il suo movimento perpetuo (di qui il titolo “Perpetul Motion”) attratto dal campo magnetico. Il video dura 45 minuti e non è stato tagliato ma naturalmente al visitatore non è richiesto che qualche minuto della propria attenzione.

Ispirato dai soffitti alti dello spazio espositivo, l’artista di Reykjavík, ha deciso di sviluppare l’opera su uno schermo alto sei metri a parete, che sembra specchiarsi in uno a pavimento. Non sono state posizionate sedute perchè chi osserva si senta libero di muoversi e sostare nella penombra del padiglione il tempo che ritiene necessario. Guðjónsson, dice persino che il visitatore può interpretare il lavoro come una scultura, o una sorta di dipinto in movimento.

In effetti, l’opera nel suo scorrere lento e mutevole, non è solo ricca di forme che di volta in volta evocano paesaggi ultraterreni, semplici pattern decorativi, formazioni rocciose, forme vegetali e quant’altro, ma anche di colori e giochi di luce. A Sigurður Guðjónsson piaceva l’idea che qualcosa di tangibile, pur senza essere in alcun modo rimaneggiato, diventasse alieno. Spingendoci contemporaneamente a riflettere sulla visione limitata e distorta della realtà che riceviamo dai nostri sensi e a meravigliarci di nuovo di fronte ad essa.

"Sono orgoglioso- ha detto- di presentare Perpetual Motion al Padiglione Islandese. L’opera è concepita come uno spettacolo ai confini fra realtà e finzione, mostrando qualcosa che è reale ma ci sfugge in quanto oltre i nostri campi percettivi. La mia speranza è di offrire ai visitatori un’esperienza poetica e multisensoriale della materialità, che unisce ampiezza, luce, dimensioni e movimento, usando il suono e il video per trasformare lo spazio in modo scultoreo."

L’Islanda, nonostante la ridottissima popolazione (366 700 abitanti nel 2020), ha un panorama musicale molto vivace e stimato. Guðjónsson, che collabora sempre con compositori contemporanei, in quest’opera ha dato particolare importanza al suono. La colonna sonora di Perpetual Motion, infatti, definita "viscerale" dai commenti ufficiali alla mostra, è stata creata dall'artista insieme al musicista islandese Valgeir Sigurðsson, e sovrappone suoni elettromagnetici manipolati attraverso sintesi granulare. Creando in sostanza una sorta di epidermide sonora alle immagini. Che non le distorce ma le completa. E le rende ancora più poetiche.

Sigurður Guðjónsson, che a ottobre presenterà un’importante mostra personale al Museo di Arte di Reykjavik, ha lavorato a stretto contatto anche con la curatrice Mónica Bello (storica dell’arte spagnola che dal 2015 lavora come Responsabile delle Arti al CERN, il Laboratorio Europeo per la Fisica delle Particelle di Ginevra). Perpetual Motion, il suo Padiglione Islanda, rimarrà all’Arsenale per tutta la durata della Biennale di Venezia 2022 (fino al 27 novembre).

Sigurður Guðjónsson, Installation view: Perpetual Motion, Icelandic Pavilion, 59th International Art Exhibition -– La Biennale di Venezia, 2022, Courtesy of the artist and BERG Contemporary, Photos: Ugo Carmeni

Sigurður Guðjónsson, Installation view: Perpetual Motion, Icelandic Pavilion, 59th International Art Exhibition -– La Biennale di Venezia, 2022, Courtesy of the artist and BERG Contemporary, Photos: Ugo Carmeni

Sigurður Guðjónsson, Installation view: Perpetual Motion, Icelandic Pavilion, 59th International Art Exhibition -– La Biennale di Venezia, 2022, Courtesy of the artist and BERG Contemporary, Photos: Ugo Carmeni

Sigurður Guðjónsson, Installation view: Perpetual Motion, Icelandic Pavilion, 59th International Art Exhibition -– La Biennale di Venezia, 2022, Courtesy of the artist and BERG Contemporary, Photos: Ugo Carmeni

Biennale di Venezia 2022| Autoderminazione, soggettività e scultura mozzafiato per "Sovereignty", il Padiglione Stati Uniti di Simone Leigh

Simone Leigh: Façade, 2022. Thatch, steel, and wood, dimensions variable. Satellite, 2022. Bronze, 24 feet × 10 feet × 7 feet 7 inches (7.3 × 3 × 2.3 m) (overall). Courtesy the artist and Matthew Marks Gallery. Photo by Timothy Schenck. © Simone Leigh

Parla di autodeteminazione e autogoverno, “Sovereignty” (“Sovranità”) di Simone Leigh, il Padigilione Stati Unti per la 59esima Esposizione Internazionale d’Arte, “Il Latte dei Sogni”. In altre parole l’artista originaria di Chicago (tra l’altro autrice di “Brick House”) che quest’anno si è aggiudicata il Leone d’Oro come miglior partecipante alla mostra, riflette sul concetto di libertà E lo fa attraverso un corpus di opere concepite in momenti diversi (alcune vengono presentate in esclusiva alla Biennale di Venezia 2022) che poi andranno in tour per il Nord America ma tutte ricche di riferimenti simbolici e create con gli strumenti della grande scultura.

SIMONE LEIGH SOVEREIGNTY:

Il percorso passa per la Storia e la comunicazione. Talvolta di fatti che potrebbero sembrare minuti rispetto alle tragedie e alle empietà più eclatanti. Ma il lavoro di Leigh, intessuto di filosofia e etnografia, è meticoloso nel ricostruire un gioco di sguardi tra i generi e i popoli che condiziona il senso d’identità. Che determina l’ingiustizia, il razzismo, le potenzialità inespresse e l’infelicità. Perchè: "Essere sovrani-spiega il sito del padiglione- non significa essere soggetti all'autorità di un altro, ai desideri di un altro o allo sguardo di un altro, ma piuttosto essere l'autori della propria storia".

In quanto donna, nata negli Stati Uniti da genitori di origine Giamaicana (la madre in realtà è di Brooklyn ma venne mandata da piccola nel Paese caraibico), a Leigh interessano in particolare le donne di colore. Per questo, in riferimento al suo lavoro si è spesso parlato di “femminismo nero”.

PADIGLIONE USA :

Sovereignty” si sviluppa sia all’interno che all’esterno del Padiglione. Lo spazio espositivo statunitense, infatti, è stato trasformato in modo radicale, diventando a sua volta un’installazione. La consueta architettura neo-palladiana resa irriconoscibile da colonne di legno e una discreta struttura metallica sulle facciate, mentre il tetto è completamente coperto di paglia. L’intervento (su cui ha lavorato l’architetto di origine italiana Pierpaolo Martiradonna) doveva ispirarsi all’Esposizione Coloniale tenutasi a Parigi nel 1931, in cui venivano presentati edifici che pur replicando quelli dei Paesi colonizzati li adattavano al gusto occidentale. li distorcevano (in alcuni casi c’erano persino delle comunità, mostrate come in uno zoo). Leigh ne conosceva le immagini fin dai tempi dell’università ed era rimasta già allora colpita da come fossero in grado di elevare le culture, generando contemporaneamente un nuovo modo di respingerle.

SATELLITE:

Ad ogni modo, di fronte al padiglione Stati Uniti reso africaneggiante, c’è la grande scultura bronzea “Satellite”. Con le gambe tramutate in colonne, per diventare uno spazio di ristoro e aggragazione, l’opera alta ben 8 metri, fa riferimento al D’mba (detto anche nimba), maschera a spalla a forma di busto femminile creata dalle popolazioni Baga della costa della Guinea e usata durante le cerimonie rituali per comunicare con gli antenati. Al posto della testa ha un satellite proprio per questa sua funzione di comunicazione e guida. La scelta dell’ artefatto sottolinea il concetto già espresso da Simone Leigh modificando il padiglione. Gli artisti delle avanguardie storiche come Picasso, infatti, si appropriarono di questa maschera ma le negarono la sua originaria funzione, ridefinendola di fatto a loro uso e consumo.

Nelle sale interne, il Padiglione Stati Uniti, resta un contenitore bianco, luminoso e arioso. Ideale per accogliere le opere di Leigh. Un infilata di bronzi e sculture ceramiche molto grandi (più un video), che nel silenzio vibrano empatiche e ragali, ogni tanto accendendosi di sfumature inattese, di riflessi, ad ogni asperità della materia. Sospese, come ha detto la stessa artista, “tra astrazione e realismo”.

LAST GARMENT:

Nella prima stanza è il realismo a prevalere con "Last Garment" ("L’ultimo indumento"). Una lavandaia di bronzo al lavoro in uno specchio d’acqua. A colpire il constrasto tra la ricca lavorazione della figura che rende più scura, perfetta, quasi translucida la simulazione del liquido, mentre la prima sembra opaca. Per farla sono state modellate a mano nell’argilla (poi fuse in bronzo) le oltre 800 rosette che compongono la capigliatura e una costumista ha reperito indumenti d’epoca per vestire con correttezza storica la modella (l’opera prevedeva anche la posa dal vivo). La scultura, infatti, è ispirata alla fotografia di fine ‘800 "Mammy’s Last Garment" ("L’ultimo indumento di Mammy"). Scattata nella Giamaica colonizzata per indurre i turisti anglofoni a visitare l’isola, propone l’idea di una popolazione semplice, onesta, pulita e lavoratrice. In sostanza non corrotta dalla società.

ANONYMOUS E JUG:

Sempre una fotografia ispira le due opere ceramiche che compongono la seconda stanza. L’immagine, scattata in occasione della visita di Oscar Wilde negli Stati Uniti, vuole essere una risposta satirica all’affermazione dello scrittore secondo la quale qualsiasi cosa può essere bella. Ritrae una donna di colore seduta accanto a una brocca Edgefield a forma di faccia (un tipo di oggetto realizzato dagli afroamericani negli stati del Sud di cui non si conosce chiaramente lo scopo). Leigh le contrappone un volto in ceramica smaltata chiara, senza orecchie ne occhi, in dimensoni più che naturali sembra espandersi nello spazio, animata dalla luce e distante, come l’immagine di un sogno ad occhi aperti (“Anonymous”). Accanto a lei un grande vaso punteggiato da enormi conchiglie di ciprea (simboli ricorrenti nella poetica dell’artista, rimandano, tra le altre cose, alla femminilità) che rasenta l’astrazione (“Jug”).

SENTINEL:

Poi è la volta di “Sentinel” (“Sentinella”), cui, appunto, è assegnato il compito di vigilare all’interno della mostra. L'opera in bronzo è una citazione di un importante genere di opere d'arte africane diasporiche, quello dei bastoni di potere, a cui erano attribuite energie e conoscenze divine. La scultura di Leigh unisce una forma femminile allungata a un oggetto tradizionalmente utilizzato nei rituali di fertilità. Al posto del volto di nuovo un’antenna.

COSPIRACY E SHARIFA:

Nella penultima sala il video “Cospiracy” (“Cospirazione”) e il primo ritratto realizzato da Leigh nella sua carriera. Il soggetto è l’amica scrittrice e Sharifa Rhodes-Pitts da cui il nome dell’opera: “Sharifa”. La scultura è ancora una volta molto grande. Realizzata in bronzo, ha una forma semplificata, materica, i tratti del volto accennati fanno da contrappunto all’acconciatura esagerata, scultorea. La posa è abbandonata e l’espressione distante. il pubblico non riesce ad intuire cosa stia pensando ma il piede in avanti fa riferimento alla statuaria egizia.

SPHINX, MARTINIQUE E CUPBOARD:

L’ultima sala presenta un gruppo ceramico composto da tre opere. Un coro. La sfinge è la più chiaramente decodificabile (“Sphinx”), poi una figura blu senza capo con un’ampia gonna (“Martinique”). Come l’ultima, il cui indumento però è di rafia e nella quale sia testa che busto sono stati sostiuiti da una conchiglia di ciprea (“Cupboard”). In generale le opere parlano di identità sessuale e soggetività. Mostrando contemporaneamente l’incredibile capacità di Leigh di portare al limite delle sue potenzialità la ceramica, con tecniche laboriose, instabili e antiche, come la smaltatura al sale.

Sovereignty” (“Sovranità”) di Simone Leigh resterà nel Padiglione Stati Uniti fino alla conclusione della Biennale d’Arte di Venezia (il 27 novembre 2022). Della mostra fa parte anche l’incontro di 3 giorni Loophole of Retreat: Venice (La scappatoia del rifugio: Venezia) tra studiose e artiste nere internazionali (dal 7 ottobre 2022 alla Fondazione Giorgio Cini, organizzato da Rashida Bumbray).

Simone Leigh, Last Garment, 2022. Bronze, 54 × 58 × 27 inches (137.2 × 147.3 × 68.6 cm). Courtesy the artist and Matthew Marks Gallery. Photo by Timothy Schenck. © Simone Leigh

Simone Leigh, Anonymous (detail), 2022. Glazed stoneware, 72 1/2 × 53 1/2 × 43 1/4 inches (184.2 × 135.9 × 109.9 cm). Courtesy the artist and Matthew Marks Gallery. Photo by Timothy Schenck © Simone Leigh

Simone Leigh, Jug, 2022. Glazed stoneware, 62 1/2 × 40 3/4 × 45 3/4 inches (158 × 103.5 × 116.2 cm). Courtesy the artist and Matthew Marks Gallery. Photo by Timothy Schenck. © Simone Leigh

Simone Leigh, Sentinel, 2022. Bronze, 194 × 39 × 23 1/4 inches (492.8 × 99.1 × 59.1 cm). Courtesy the artist and Matthew Marks Gallery. Photo by Timothy Schenck. © Simone Leigh

Simone Leigh, Sharifa (detail), 2022. Bronze, 111 1/2 × 40 3/4 × 40 1/2 inches (283.2 × 103.5 × 102.9 cm). Courtesy the artist and Matthew Marks Gallery. Photo by Timothy Schenck. © Simone Leigh

Installation view, Simone Leigh: Sovereignty, Official U.S. Presentation, 59th International Art Exhibition, La Biennale di Venezia, 2022. Courtesy the artist and Matthew Marks Gallery. Photo by Timothy Schenck. © Simone Leigh

Simone Leigh, Martinique, 2022. Glazed stoneware, 60 3/4 × 41 1/4 × 39 3/4 inches (154.3 × 104.8 × 101 cm). Courtesy the artist and Matthew Marks Gallery. Photo by Timothy Schenck. © Simone Leigh

Simone Leigh, Cupboard, 2022. Raffia, steel, and glazed stoneware, 135 1/2 × 124 × 124 inches (344.1 × 315 × 315 cm). Courtesy the artist and Matthew Marks Gallery. Photo by Timothy Schenck. © Simone Leigh

Simone Leigh, Last Garment, 2022. Bronze, 54 × 58 × 27 inches (137.2 × 147.3 × 68.6 cm). Courtesy the artist and Matthew Marks Gallery. Photo by Timothy Schenck. © Simone Leigh

Simone Leigh, Jug (detail), 2022. Glazed stoneware, 62 1/2 × 40 3/4 × 45 3/4 inches (158 × 103.5 × 116.2 cm). Courtesy the artist and Matthew Marks Gallery. Photo by Timothy Schenck. © Simone Leigh

Simone Leigh, Last Garment (detail), 2022. Bronze, 54 × 58 × 27 inches (137.2 × 147.3 × 68.6 cm). Courtesy the artist and Matthew Marks Gallery. Photo by Timothy Schenck. © Simone Leigh