Le incredibili sculture metalliche di Junko Mori forgiate a mano una spina dopo l’altra

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Talvolta grandi, altre minuscole e preziose, le sculture dell’artista giapponese Junko Mori sono fatte di metallo secondo un procedimento tanto semplice quanto incredibile visti i risultati che la Mori riesce a raggiungere. L’artista, infatti, lavora a mano ogni piccola parte di quella che diventerà la sua opera (spina a spina, foglia foglia, petalo a petalo) per poi ricomporre i pezzi come si trattasse di un puzzle tridimensionale.

Usa semplicemente attrezzi manuali come un martellino e una piccola fiamma ossidrica.

I soggetti di Junko Mori sono un inno all’hanami (l’arte giapponese di osservare i fiori e la natura in genere): bacelli di semi, fiori, piante grasse, persino composizioni ma anche coralli e anemoni marini. Riprodotti in maniera realistica ma al tempo stesso sublimati in un disegno che porta in luce la bellezza profonda di ogni cosa.

Nessuna delle mie opere è pianificata individualmente- spiega Junko Mori- ma diventa completamente formata all'interno del processo di creazione e riflessione. Ripetendo piccoli incidenti, come la mutazione delle cellule, l'accumulo finale di unità emerge nel processo di evoluzione. La bellezza incontrollabile [della natura] è il cuore del mio lavoro. "

L’artista usa diversi metalli per realizzare le sue sculture ma quelli che ricorrono più spesso sono acciaio e argento. Prima di affrontare la realizzazione vera e propria di un’opera ha l’abitudine di raccogliere e seccare fiori e foglie per poterli osservare più a lungo.

Originaria di Yokoama Junko Mori è rappresentata dalla galleria Adrian Sasson di Londra. Le sue opere sono conservate in diversi musei tra cui il British Museum, l’ Honolulu Museum of Art, e il Victoria and Albert Museum,

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In Corea vanno in scena 20 anni d’arte di Wim Delvoye. Tra maiali e decorazioni gotiche mentre lui sogna l’Iran e il suo principesco palazzo

Wim Delvoye, Tabriz, 2010, L 95 x 37 x H58 cm, stuffed carpet pig

Wim Delvoye, Tabriz, 2010, L 95 x 37 x H58 cm, stuffed carpet pig

Tra un mese la galleria Hyundai di Seoul inaugura un’esposizione che ripercorre vent’anni di lavoro dell’artista belga Wim Delvoye. Tra opere riccamente arabescate, suggestioni gotiche, sfottò, cinismo, paradossi e crudeltà. La mostra si intitola semplicemente ‘Wim Delvoye’ ed è la prima retrospettiva a lui dedicata in Corea.

Discusso lo è di sicuro. E ricco, molto ricco. Tutti gli altri aggettivi che si sprecano quando si parla di Wim Delvoye (spregiudicato, ironico, geniale ecc.) si condensano invece in una nube indistinta di suoni che un giorno la Storia dissiperà ma che adesso è solo rumore di fondo.  Ed è proprio quel chiacchiericcio, remoto ma incessante, a rendere difficile concentrarsi pienamente sul lavoro di Wim Devoye. 
Delvoye è un artista belga neo-concettuale- spiega conciso il comunicato stampa che ho tra le mani- il cui lavoro naviga il confine tra scioccante e affascinate. La sua vasta pratica combina forme espressive proprie delle belle arti come disegno, scultura e fotografia con tecniche sperimentali, idee filosofiche, materiali intriganti e artigianato.” 

Wim Delvoye, Marble Floor, 2000, 125 x 100cm, cibachrome on aluminium

Wim Delvoye, Marble Floor, 2000, 125 x 100cm, cibachrome on aluminium

Conosciuto al grande pubblico per una serie di opere estreme come ‘Cloaca’ (una macchina digestiva monumentale in grado di mimare il funzionamento dell’intestino) o peggio per aver tatuato dei maiali vivi spostandosi addirittura in Cina per aggirare le leggi che, in qualche modo, tutelano gli animali dalla crudeltà. Adesso i tempi sono cambiati e, per fortuna, i maiali non li tatua più ma non si pente nemmeno di quello che ha fatto. Del resto ne è uscito con un bottino da centinaia di migliaia di euro: le pelli sono state vendute a prezzi che hanno raggiunto le 55.000 sterline l’una e la serie coi personaggi della Disney è stata comprata da Chanel, gioiosamente incurante di quello che rappresentavano, per farci delle borse.

Wim Delvoye, Cement Truck, 2013, 138 x 36 x 68.5cm, laser-cut stainless steel; (particolare)

Wim Delvoye, Cement Truck, 2013, 138 x 36 x 68.5cm, laser-cut stainless steel; (particolare)

Di questo periodo comunque alla galleria Hyundai c’è poco. Ci sono le sculture che rappresentano maiali ricoperti da tappeti iraniani (serie 'Tapisdermy'). Le fotografie di pavimenti in marmo realizzati con salame e affettati vari anziché piastrelle. Ma sono soprattutto le opere gotiche a dominare, in cui i funzionali e sgraziati macchinari che si trovano in un cantiere (betoniere, camion a rimorchio) diventano forme base su cui ripetere ricchissime decorazioni d’epoca.
Questa serie è in acciaio tagliato a laser ma il valore artigianale della decorazione irrompe, per esempio, negli pneumatici che sono stati intagliati a mano o nelle lussuose valigie Rimowa e nella carrozzeria di una Ferrari Testarossa che sono state decorate da degli artigiani iraniani con elaborati disegni mediorientali, motivi tradizionali e immagini dal lavoro di Delvoye. Inutile dire che ognuno di questi laboriosi pattern è unico. 

Wim Delvoye, Ferrari Testarossa (scale -¢), 2017, 87 x 40 x 40, embossed aluminium

Wim Delvoye, Ferrari Testarossa (scale -¢), 2017, 87 x 40 x 40, embossed aluminium

L’Iran ricorre in questa mostra perché proprio a Kashan in Iran, Wim Delvoye sta restaurando un grande palazzo ottocentesco. Così, negli anni a venire, la cittadina tra le oasi ai confini con il deserto, diventerà il quartier generale dell’artista e ospiterà un museo di 9000 mq (verranno ricavati anche spazi riservati alle residenze per artisti). "E’ un paese che tollera l’arte e la sua libera espressione- ha dichiarato Delvoye in un’intervista a Repubblica- più di quanto non si faccia oggi in Occidente, con poca burocrazia e senza bisogno di impegnare cifre esorbitanti".

La retrospettiva dedicata a Wim Delvoye dalla Gallery Hyundai dal 27 febbraio si protrarrà fino all’8 aprile 2017. 

Wim Delvoye, Ferrari Testarossa (scale -¢), 2017, 87 x 40 x 40, embossed aluminium; (particolare)

Wim Delvoye, Ferrari Testarossa (scale -¢), 2017, 87 x 40 x 40, embossed aluminium; (particolare)

Wim Delvoye, Cement Truck, 2013, 138 x 36 x 68.5cm, laser-cut stainless steel

Wim Delvoye, Cement Truck, 2013, 138 x 36 x 68.5cm, laser-cut stainless steel

Wim Delvoye, Concrete Mixer, 2013, L 84,5 x 45 x H 105 cm, laser-cut stainless steel

Wim Delvoye, Concrete Mixer, 2013, L 84,5 x 45 x H 105 cm, laser-cut stainless steel

Wim Delvoye, Deux Bacchantes CW (scale model), 2010, 30 x 28 x 72cm, polished bronze

Wim Delvoye, Deux Bacchantes CW (scale model), 2010, 30 x 28 x 72cm, polished bronze

Wim Delvoye, Dumptruck, 2011, L 117 X 38 X H 56 cm, laser cut stainless steel

Wim Delvoye, Dumptruck, 2011, L 117 X 38 X H 56 cm, laser cut stainless steel

Wim Delvoye, Dunlop Geomax 10090-19 57M 360-¦ 3X, 2013, L 72 x 31 x H 91.5 cm, polished stainless steel + patinated stainless steel

Wim Delvoye, Dunlop Geomax 10090-19 57M 360-¦ 3X, 2013, L 72 x 31 x H 91.5 cm, polished stainless steel + patinated stainless steel

Wim Delvoye, L'Amour D+®sarm+® Rorschach, 2016, 58 x 58 x 74cm, patinated bronze

Wim Delvoye, L'Amour D+®sarm+® Rorschach, 2016, 58 x 58 x 74cm, patinated bronze

Wim Delvoye, Nautilus, 2013, 97 x 42 x 102cm, laser-cut stainless steel

Wim Delvoye, Nautilus, 2013, 97 x 42 x 102cm, laser-cut stainless steel

Wim Delvoye, Rimowa Classic Flight Cabin Trolley 971.52.00.2, 2015, L 53 x 35 x H 80 cm, embossed aluminium

Wim Delvoye, Rimowa Classic Flight Cabin Trolley 971.52.00.2, 2015, L 53 x 35 x H 80 cm, embossed aluminium

Il frigorifero a contatori geiger e le sculture da indossare in ferro. Che sembrano strumenti di tortura medioevali. by Maria Assunta Karini

All images courtesy Maria Assunta Karini

All images courtesy Maria Assunta Karini

La serie “Stem of the Black Grass” (Filo d'Erba Nera) dell’artista e filmmaker indipendente italiana Maria Assunta Karini è un po’ un viaggio onirico e un po’ un esperienza concreta. C’è di tutto: fotografia, installazione, scultura una spruzzata di performance; e tutto è capace di dare un calcio nello stomaco dello spettatore.
D’altra parte, il terreno di gioco è quello della tragedia di Černobyl. L’ironia è in panchina.

C’è un frigorifero scuro che da chiuso sembra guardare il visitatore con un ghigno e da aperto rivela contatori geiger vintage, strane piante nere e cigni in resina. Poi ci sono fotografie e sculture. Decine di opere in ferro. Alcune si possono addirittura indossare (come le scarpe, simili alle tradizionali geta giapponesi) e assomigliano prepotentemente a degli strumenti di tortura medioevali.

Per “Stem of the Black Grass” Maria Assunta Karini si è ispirata al libro “Preghiera per Černobyl” della giornalista e scrittrice bielorussa Svetlana Aleksievic (premio Nobel per la letteratura nel 2015) che, fuori dalle pagine di cronaca, descrive l’esperienza umana del dolore e dell’impotenza di fronte a una catastrofe. Ma lo fa a modo suo: deformando le immagini evocate dalla Aleksievic e facendone dei simboli in bilico tra fantasia e realtà. Degli oggetti strani, vagamente inquietanti e dotati di un’inattesa allure cinematografica.

"La percezione delle catastrofi del mondo che è vicina agli stereotipi barocchi, incarnati nell'immaginazione, quasi legati alla letteratura, dove un disastro diventa un simbolo - spiega, in modo un tantino criptico, la curatrice russa Ilmira Bolotyan-  Così Chernobyl è un simbolo di come l'uomo è impotente davanti alla natura, al crash della scienza e della tecnologia.”

La realizzazione di “Stem of the Black Grass” ha richiesto due anni di lavoro e Maria Assunta Karini ha fatto più o meno tutto da sola (se si esclude la costante collaborazione del figlio Luka Monkaleano, artista a sua volta). Ha scovato gli oggetti di scena e stabilito le locations. Per scattare alcune foto ha persino dovuto traslocare i mobili trasformando il salotto del suo appartamento in un set (!)

“Recuperare i contatori geiger non è stato facile- commenta laconica Maria Assunta Karini- ma a conti fatti per completare questo lavoro ho dovuto risolvere problemi ben più complessi.”

Adesso “Stem of the Black Grass” è diventata una mostra alla galleria Fabrikacci di Mosca (nella “Arthouse” hall, da oggi fino al 26 maggio), curata da Ilmira Bolotyan e sponsorizzata dall’Istituto Italiano di Cultura di Mosca e dal Gruppo Banco Desio.
Ma se non avete in programma un viaggio nella ex-Unione Sovietica potete sempre seguire Maria Assunta Karini su Facebook.

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