I sorprendenti tombini giapponesi come colorate opere di street-art che si possono anche collezionare

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In Europa i tombini nella migliore delle ipotesi sono testimonianze di storia locale a cui nessuno fa caso. A volte hanno un design particolare ma lo smog e l’usura finiscono per uniformarli al manto stradale e a renderli di fatto trasparenti.

I tombini giapponesi invece, spesso coloratissimi, e dal design infinitamente vario, si sono nel tempo trasformati in una meta turistica. Cambiano a seconda della municipalità. E recentemente sono stati persino effigiati su una serie di tessere da collezione (come le figurine dei calciatori per intenderci, ma senza un lato adesivo).

L’idea di personalizzare i tombini a seconda della città venne nella seconda metà del ‘900 a un funzionario del Ministero delle Infrastrutture. L’uomo riteneva si trattasse di una buona strategia per sensibilizzare i contribuenti e convincerli a finanziare costosi impianti fognari.
L’intuizione ebbe un grande successo. Ci furono dei concorsi e le città cominciarono a gareggiare le une con le altre per presentare tombini dai disegni sempre più belli.

Oggi, secondo diverse fonti, ci sarebbero 6mila diversi design. Spesso decisi in accordo con la comunità locale. I motivi ricorrenti sono legati alla natura (fiori, uccelli, piante) ma sui tombini di ogni municipalità compare qualcosa che la caratterizza e anche le mascotte, a volta, fanno la loro comparsa.

A tenerne scrupolosamente nota in ogni caso c’è la Società Giapponese dei Tombini.

Dal 2014 si tiene anche un summit dedicato ai tombini. E proprio in occasione di una di queste riunioni di entusiasti sono state distribuite le prime tessere collezionabili.

Per saperne di più sui tombini giapponesi potete dare uno sguardo al video in fondo a questo post (in inglese) in cui il canale “ONLY in Japan” ha visitato la fabbrica di tombini Nagashima Imono Casting Factory (via Colossal)

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photo courtesy S. Morita

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Toshihiko Shibuya ha dipinto la metropolitana di Sapporo con 22mila puntine da disegno

"white generation", all images courtesy toshihiko shibuya

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L’artista giapponese Toshihiko Shibuya (di cui ho già parlato qui e qui) ha creato una monumentale installazione nella metropolitana di Sapporo (Hokkaido). Nel percorso pedonale sotterraneo della città, per essere precisi ( la “Sapporo Odori 500-m Underground Walkway”).

Una sorta di enorme murale, tono su tono, intitolato “White Generation”; in grado di accompagnare i passanti nella loro frettolosa camminata sotto il suolo cittadino.

E di stupirli, c’è da immaginarlo, visto che per realizzare l’opera Toshihiko Shibuya, ha usato 22mila puntine da disegno bianche. Tutte rigorosamente piccole e sferiche.

“White Generation” è stata realizzata come pre-esposizione del secondo “Sapporo International Arts Festival” 2017 (che durante questa edizione riunirà artisti di Hokkaido e giovani). Ed adornerà l’impersonale percorso pedonale fino al 5 luglio.

Metri e metri di camminamento, che oltre a un numero impensabile di puntine da disegno, ha richiesto la collaborazione di ben 12 persone.

Il motivo di “White Generation” ricorda lo sviluppo, apparentemente caotico e massivo, ma in realtà di una precisione matematica, quasi categorica, degli elementi naturali più minuti: dal muschio alle cellule.

“Con quest’opera- spiega Toshihiko Shibuya-  ho evocato immagini di vita che si espande”.

Il colore bianco, se da una parte fa riferimento alla neve (che è quasi un’icona della fredda città settentrionale giapponese e di Shibuya stesso) dall’altra è il simbolo dell’ambiente asettico in cui viviamo.

“Stiamo cominciando a perdere la legge dei cicli naturali- continua- poco a poco“.

L’installazione, è inconsueta nella produzione dell’artista giapponese che si occupa di Land-Art e normalmente basa il suo lavoro sul paesaggio. Cercando di ridurre al minimo il proprio intervento e di usarlo per potenziare la percezione dell’osservatore.

In quest’ottica, “White Generation”, che porta immagini di vita in un luogo apparentemente sterile, in cui il mutare delle stagioni è impossibile da cogliere, diventa una riflessione dell’artista.

“Mi domando ancora una volta quanto i miei lavori siano in grado di servire da mezzo per re-incontrare l’ambiente che stà intorno a me ed alla mia vita, piuttosto che limitarmi semplicemente a piazzare l’opera d’arte di fronte alla natura”.

Se non avete in programma un viaggio nello splendido profondo nord del Giappone è possibile rimanere aggiornati sulla suggestiva opera di Toshihiko Shibuya consultando il suo sito internet o seguendolo su Facebook e Instagram.

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La Land-art effimera di Jim Denevan orna le spiagge di enormi disegni

all images © Jim Denevan

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Il più delle volte il californiano Jim Denevan usa solo un rastrello o un bastone per le sue opere di land-art. Come tela predilige le spiagge e viene da se che i tempi di realizzazione debbano essere veloci e attentamente pianificati. Tanto più che Denevan lavora da solo e su grandi appezzamenti di terreno.

Rappresenta motivi ornamentali geometrici e ripetitivi, come cerchi concentrici o ripetuti a formare una sorta di galassia, ma anche onde o linee rette. Il risultato di tanto impegno, realizzato nei ritagli di tempo tra una marea e l’altra, viene poi abbandonato in balia delle onde.

A lasciare a bocca aperta, però, sono le monumentali dimensioni dei suoi effimeri disegni.

“Jim Denevan crea disegni temporanei su sabbia, terra e ghiaccio che vengono poi cancellati dalle onde e dal variare delle condizioni meteo - è scritto sulla biografia del sito internet- Questi disegni variano dalle composizioni in piccole spiagge, fino ai lavori su larga scala che raggiungono le dimensioni di una città”.

La documentazione delle sue opere è stata esposta al MoMA/PS1 oltre che allo Yerba Buena Center for the Arts, The Museum of Arts and Design, Parrish Art Museum, Peabody Essex Museum e al Laguna Art Museum.

Ma soprattutto Jim Denevan ha avuto commissioni da importanti aziende (come ad esempio la Hyundai) per realizzare i suoi grandi disegni in occasione di campagne pubblicitarie.

Da un po’ di tempo a questa parte non ci sono novità di rilievo sul suo lavoro se non che recentemente il sito “Great Big Story” ha girato un breve film che documenta la sua opera (lo trovate in fondo a questo post, è in inglese ma le immagini anche senza audio parlano da sole).

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