Tracey Emin, l’artista che non vuole essere ricordata solo come una celebrità degli YBA, torna in Italia con una mostra da star

La personale di Tracey Emin a Palazzo Strozzi
La mostra "Sex and Solitude" sarà una prima nazionale

Quando nel 2020, in piena pandemia, all’artista inglese Tracey Emin venne diagnosticato un tumore alla vescica, lei pensò che non voleva morire come una “mediocre Young British Artist (YBA) degli anni ‘90” e si mise a dipingere. Nel suo passato aveva fatto installazioni, ricamato, applicato tessuti, fotografato, scritto, usato neon e oggetti trovati (spesso emotivamente carichi e inconsueti, come il pacchetto di sigarette che stringeva in mano suo zio quando morì in un incidente d’auto), girato video, scolpito e si, anche dipinto, ma mai con questa continuità e soprattutto con un tale senso di bisogno.

Adesso, dopo un intervento chirurgico radicale (recentemente ha dichiarato: “Mi hanno rimosso l'uretra, un'isterectomia completa, i linfonodi, parte dell'intestino, della vescica, del tratto urinario e metà della vagina”), l’impianto di uno stoma nell’addome e cicli di cure periodici per tenere sotto controllo la malattia, il tumore è in remissione e la signora Emin è diventata una pittrice straordinaria.

Dipinge quasi sempre nudi femminili con un mix del tutto personale e istintivo di pennellate sicure, dirette, quasi brutali, colature e tratti disancorati e veloci che si agitano un solo istante per poi sembrare levitare e che richiamano più la calligrafia orientale dell’Espressionismo europeo di Schiele e Munch a cui lei fa sovente riferimento (Munch in particolare è da sempre un suo idolo). La tavolozza a volte è delicata ma con note stridenti. Poi c’è il rosso; e spesso un’esplosione di tratti volti a cancellare l’immagine, a rendere caotica e drammatica la composizione. Parlano di intimità, quiete, identità, dolore e sesso. Del resto sono sempre i dipinti di Tracey Emin.

E dal prossimo marzo saranno in Italia insieme a molte altre opere (60 in totale) per rappresentare il percorso dell’artista dagli anni ’90 fino ad oggi. La mostra, che si intitolerà “Tracey Emin. Sex and Solitude” e si terrà a Palazzo Strozzi di Firenze, sarà: “un intenso viaggio sui temi del corpo e del desiderio, dell’amore e del sacrificio”.

Sarà anche una prima nazionale perché è la più grande esposizione mai progettata in Italia dedicata alla signora Emin e presenterà lavori (in diversi media) realizzati in esclusiva per l’evento oltre ad altri mai esibiti nel nostro Paese.

Anche se a decretare la definitiva affermazione di Tracey Emin fu “My Bed”, che mostrò al Turner Price (famoso e prestigiosissimo premio britannico) nel ’99 e venne poi comprata dal noto uomo d’affari e collezionista Charles Saatchi per 250mila sterline (in seguito l’opera sarebbe stata battuta in asta per oltre 2milioni e mezzo di dollari), la prima avvisaglia del successo in arrivo glielo aveva già regalato “Everyone I Have Ever Slept With 1963–1995” (una tenda con applicazioni di tessuto ricamate, in cui comparivano i nomi di tutte le persone con cui aveva dormito fino ad allora: partner sessuali, ma anche familiari come il fratello gemello, e i due bambini che aveva abortito). Un’opera all’apparenza provocatoria ma in realtà sincera, delicata e struggente, che venne spesso travisata e che avrebbe ben esemplificato il futuro rapporto tra l’opera della signora Emin e la sua rappresentazione pubblica. Di più: il futuro rapporto tra la signora Emin in carne e ossa e la sua rappresentazione pubblica. Del resto, che sia per natura, per una concatenazione di eventi, o per calcolo, lei ha sempre fatto il possibile per suscitare clamore.

E’ cominciato tutto nel ’97 quando venne invitata insieme ad altri a partecipare al programma ”Is painting dead?” della rete televisiva Channel 4, in cui si sarebbe dovuto parlare del Turner Price. La trasmissione era in diretta e vi comparve una giovane e sconosciuta Emin completamente ubriaca che si mangiava le parole, barcollava e inveiva: diventò famosa in un baleno. Recentemente avrebbe così commentato l’episodio: “Io ho detto: 'Ho bevuto, non posso farlo', e qualcuno ribatte: 'Dalle una tazza di caffè, starà bene', e poi, mentre sono ubriaca, mi fa firmare una liberatoria. Oggi ai produttori non sarebbe mai permesso di farlo (…) essere lanciata così all'improvviso nel mondo come 'uno dei momenti più ubriachi della televisione nel XX secolo' non era proprio ciò per cui avrei voluto essere conosciuta.” Mettici qualche fidanzamento burrascoso, qualche caduta dal taxi per i troppi drink di una festa. Aggiungi un linguaggio diretto, i soldi (tanti e arrivati in fretta), oltre a una certa misoginia pre-MeToo, E i tabloid britannici andarono in sollucchero: Emin la YBA tutta feste e sbronze.

La verità però è molto più complicata.

Nata nel ’63 da una madre inglese e un padre turco-cipriota (ha raccontato in un’autobiografia che alcune persone quando la madre era incinta le sputavano addosso chiamandola “amante dei neri”), sarebbe cresciuta nella città costiera di Margate (Kent) in un contesto di estrema povertà ed esclusione sociale. Da bambina fu vittima di abusi e di una violenza sessuale non denunciata (aveva soltanto 13 anni). Tutto quello che è venuto dopo non può prescindere da questi stralci tragici della sua biografia. Nemmeno l’arte. “My Bed”(un letto sfatto con lenzuola macchiate, biancheria intima sporca di sangue mestruale e poi posa cenere pieni di mozziconi di sigarette, preservativi usati e bottiglie di vodka vuote), ad esempio, non era una trovata per attirare l’attenzione (com’è stata liquidata da qualcuno) ma la storia di una donna sull’orlo del suicidio.

Lo capì Saatchi che incluse “My Bed” nella mostra “Sensation” che sarebbe stata una delle piu’ importanti tappe di affermazione internazionale degli YBA di cui la signora Emin insieme a Damien Hirst, Sarah Lucas, Gary Hume e altri faceva parte.

Ma adesso quei tempi sono lontani, dipingere non è più un peccato mortale (lo fa persino Hirst, si dice con incerti risultati). La signora Emin invece ha smesso di bere, fumare e andare alle feste, nel frattempo ha rappresentato la Gran Bretagna alla Biennale di Venezia (nel 2007, è stata la seconda donna a farlo dopo Rachel Whiteread nel 1997), tra i suoi appassionati collezionisti sono comparsi nomi famosissimi come quelli di Naomi Campbel, Elton John e Madonna. Senza contare che è diventata Accademico Reale (è insegnante di disegno al Royal College of Arts: una delle prime donne nella storia pluricentenaria dell’istituzione); prima di entrare ufficialmente nella RCA aveva partecipato a varie Summer Exhibition di quest’ultima e nell’edizione del 2004 era stata scelta dal collega David Hockney.

La mostra di Tracey Emin “Sex and Solitude”, a cura di Arturo Galansino, sarà a Palazzo Strozzi di Firenze dal 16 marzo 2025

Il nuovo rinascimento del Louvre e la sala privata per la Gioconda

Nel cuore del centro parigino il Louvre è più di un museo ma un icona francese. La piramide da cui si accede al palazzo da vista da una delle stanze del museo. Photo ©artbooms

il progetto di ristrutturazione e ampliamento del louvre
il progetto nuovo rinscimento del Louvre (lettura automatica)

Martedì scorso il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato che il Louvre verrà sottoposto a un’importante progetto di rinnovamento. Si chiamerà “Louvre New Renaissance” e prevede sia opere di restauro che lavori di costruzione ed ampliamento. Durerà dieci anni (nel corso dei quali il museo continuerà a rimanere aperto), per una spesa che gli assistenti del Signor Macron hanno detto indicativamente compresa tra i 700 e gli 800 milioni di euro (per avere un metro di paragone molto più di quanto servito per costruire lo Stadio olimpico di Atene e la sede di Bilbao del Guggenheim insieme).

A fare notizia però è stato soprattutto il fatto che la Gioconda avrà uno spazio espositivo tutto per lei "accessibile in modo indipendente rispetto al resto del museo" e con "un suo pass di accesso". Anche il nuovo ingresso, che verrà creato nella facciata est del complesso (vicino alla Senna), è stato argomento di discussione ma con meno entusiasmo di quello dimostrato per lo spostamento del capolavoro di Leonardo.

Del resto il Louvre, con un pubblico di circa 9 milioni di visitatori annui (come se tutti gli abitanti di New York più qualche altro centinaio di migliaio di persone si spostassero in un singolo edificio parigino almeno una volta all’anno), è il museo più visto al mondo. Ovviamente ci sono molti francesi ma la maggioranza del pubblico è composto da stranieri (soprattutto statunitensi e cinesi ma a seguire: inglesi, italiani, tedeschi e spagnoli). E si stima che l’80 per cento di loro sia lì solo per vedere la Monna Lisa (e farsi un selfie con l’iconico ritratto). Nonostante la collezione vasta e spettacolare del museo (circa 500mila pezzi di cui solo 30mila in esposizione).

Per questo era da tempo che si parlava di spostare l’opera. Sempre per questo si pensava ad un biglietto ad hoc. Alla fine l’annuncio è arrivato e le opinioni espresse sul progetto non sono state univoche. Il critico britannico Jonathan Jones ha ad esempio scritto: “È vero che la Monna Lisa rende difficile prestare attenzione ai dipinti di Veronese, Tiziano e altri nella stessa stanza. Ma non è per via della folla. È per la Monna Lisa che è così avvincente. Nella mia esperienza, la folla non rovina il Louvre. Gli dà vita. Un'altra misura pianificata, l'apertura di un nuovo ingresso, sembra più utile perché può esserci una coda lenta per entrare nella piramide di IM Pei”. Mentre molti altri hanno espresso soddisfazione. In fondo, sarà anche bello condividere con altri l’esperienza di ammirare un’opera d’arte, ma da soli, con calma, è meglio.

Effettivamente invece l’unico ingresso attuale, creato negli anni ’80 dallo scomparso architetto cino-statunitense Ieoh Ming Pei su commissione dell’allora presidente François Mitterrand, era uno dei punti critici segnalati al governo dal direttore del Louvre, Laurence des Cars, in un memorandum che era arrivato, non si sa come, alla stampa e che il quotidiano Le Parisien aveva pubblicato. Perché è piccolo rispetto alla mole di persone attese giornalmente al museo e la natura della sua struttura (la forma e i materiali della piramide che lo sovrastano) lo rende rumoroso e caldissimo. Caratteristiche molto fastidiose per i visitatori ma addirittura debilitanti per lo staff (composto da 2mila e 500 persone: cioè più della popolazione dei comuni di Madonna di Campiglio, Portofino e Monterosso messi assieme).

Gli altri problemi segnalati andavano dalle perdite d'acqua alle variazioni di temperatura che mettono a rischio le opere d'arte, dalla mancanza di impermeabilizzazione di alcune aree ai bagni obsoleti, fino alle insufficienti strutture di ristorazione. E poi la segnaletica (il museo, nato come palazzo reale, è un dedalo in cui perdersi è facilissimo; forse anche per questo il ritratto di Leonardo è così visitato: seguire gli altri è più facile che orientarsi da soli). Il signor Macron ha però assicurato che il progetto di restauro sarà “colossale” e che, in sostanza, presto sarà tutto risolto.

Il Louvre, che ogni anno dispone di 323 milioni per mantenere l’edificio (per il 60 per cento provenienti da risorse proprie (come biglietti, merchandising, resa del marchio cui ha fortemente contribuito il museo di Abu Dabi), finanzierà buona parte del progetto (il secondo ingresso, i nuovi spazi e la sala dedicata alla Gioconda). Per poterselo permettere aumenterà i biglietti ai visitatori extraeuropei. Lo Stato, in questo momento in crisi finanziaria, contribuirà invece per 10 milioni soltanto

Il salone interno del Louvre da cui si raggiungono tutte le gallerie inganna e non è sempre facile arrivare dove si vorrebbe anche perchè la segnaletica è carente. Photo ©artbooms

Con “Northern Lights” la Fondazione Beyeler riunisce per la prima volta gli avventurosi (e sconosciuti) paesaggisti dell’estremo nord

Harald Sohlberg Country Road II, 1916 Oil on canvas, 103 x 138 cm Canica Art Collection, Oslo Photo: Øystein Thorvaldsen

Fondazione Beyeler "Northern Lights
mostra di storici paesaggisti nordici (lettura automatica)

Era il 1910 e Anna (Scholander) Boberg, con una spessa cuffia che le copriva le orecchie, un paio di stivali imbottiti e una pelliccia scura, in barba alla moda, guardava fiera l’orizzonte. Tuttavia quel portamento, assunto un po’ per posa di fronte alla macchina fotografica e un po’ per bilanciare il peso del cavalletto portatile che sfoggiava fissato alla cintura, a lei che avrebbe passato la vita a dipingere i paesaggi innevati della Norvegia settentrionale (a nord del Circolo Polare Artico), si addiceva parecchio.

Quel temperamento indomito e avventuroso la pittrice svedese lo condivideva con la maggior parte degli artisti la cui opera si può ora ammirare nella mostra “Northern Lights” (“Luci del Nord”). Inaugurata domenica alla Fondazione Beyeler di Riehen (appena fuori Basilea, in Svizzera). L’esposizione è una raccolta di settanta paesaggi dipinti tra il 1888 e il 1930 alle latitudini più estreme, da autori norvegesi, finlandesi, canadesi, russi e svedesi per celebrare la bellezza della natura nordica.

Anna Boberg, Northern Lights. Study from North Norway, n.d. Oil on canvas, 97 x 75 cm Nationalmuseum, Stockholm, bequest 1946 Ferdinand and Anna Boberg Photo: Anna Danielsson/Nationalmuseum

Fatta eccezione per Edvard Munch e per Hilma af Klint, sono tutti autori semisconosciuti al di fuori del loro paese d’origine. Ma non per questo i loro dipinti sono meno emozionanti. Anzi.

Ci sono: la finlandese Helmi Biese (vissuta dal 1867 al 1933), il principe Eugenio di Svezia duca di Närke (1865 – 1947), lo svedese Gustaf Fjaestad (1868 – 1948), il finlandese Akseli Gallen-Kallela (1865 – 1931), la canadese Emily Carr (1871 – 1945), il canadese Lawren Harris (1885 – 1970), l’anglo- canadese J. E. H. MacDonald (1873–1932), il russo Ivan Šiškin (1832 –1898), il norvegese Harald Sohlberg (1869 – 1935) e il canadese Tom Thomson (1877–1917). Oltre alla già nominata Anna (Scholander) Boberg (svedese,  1864 –1935).

La Fondazione Beyeler a proposito di “Northern Lights” ha scritto: “Sebbene molti di questi artisti e siano celebrati in patria alla stregua di eroi ed eroine nazionali, per la maggior parte dei visitatori alle nostre latitudini essi potrebbero rappresentare un’avvincente scoperta. È infatti la prima volta che in Europa si dedica una mostra a questo tema.”

Helmi Biese, View from Pyynikki Ridge, 1900 Oil on canvas, 91 x 115 cm Finnish National Gallery, Ateneum Art Museum, Hoving Collection Photo: Finnish National Gallery / Aleks Talve

La foresta boreale selvaggia e incontaminata, i vasti tratti di costa pullulanti di vita ma privi di presenze umane, i cumuli di neve e ghiaccio, il foliage dell’autunno nei boschi, l’acqua dei ruscelli, dei laghi o del mare, ma soprattutto la luce del nord, animano le loro tele di suggestioni comuni malgrado i loro stili siano molto diversi.

La mostra, infatti, prende in considerazione un lasso temporale piuttosto vasto, che nell’Europa centrale corrisponde alla nascita di numerose avanguardie. Molti degli artisti presentati alla Fondazione Beyeler avevano trascorso un periodo a Parigi e i loro paesaggi, nello stile e nei colori, hanno subito l’influsso quando di un movimento quando dell’altro. E in questo senso “Northern Lights” nasconde una ricchezza di declinazioni caleidoscopica.

Il museo ha spiegato: “Artisti influenti delle avanguardie novecentesche quali Vincent van Gogh, Claude Monet, Paul Cézanne e Henri Matisse incisero anche sulla moderna pittura di paesaggio nordica aprendo nuove prospettive su colore, luce e forma. Nel fare proprie queste idee i pittori e le pittrici del nord le interpretarono in maniera personale e inconfondibile dando così vita a un’avanguardia specificatamente nordica che non va considerata uno stile, bensì un approccio etico volto a celebrare l'indomita natura del nord in tutta la sua maestosità e bellezza”.

Gustaf Fjæstad, Winter Moonlight, 1895 Oil on canvas, 100 x 124 cm Nationalmuseum, Stockholm Photo: Hans Thorwid/Nationalmuseum

Si spazia dall’approccio classico, per quanto fresco e personale, di Biese, a quello altrettanto classico pur se ricercato e colto del principe Eugenio, al simbolismo di Gallen-Kallela, fino al neoromanticismo avanguardistico, misterioso e vagamente surreale di Sohlberg (in Norvegia è considerato secondo solo a Munch); passando per i paesaggi cesellati, decorativi e scenografici di Fjæstad e per la ricerca fuori dagli schemi di Boberg (lei, che si dedicava anche ai tessuti, tra le altre cose dipingeva su tela grezza prediligendo formati verticali e chiamava le sue opere “arazzi” perché il risultato ricordava gli arazzi intrecciati). Alcuni di loro, poi, come af Klint, dalla pittura di paesaggio si sarebbero spinti fino all’astrazione (è il caso di Carr e Harris), e prima del cambiamento avrebbero reso la natura sempre più stilizzata e irreale.

Esclusi i più famosi di loro però, questi artisti intraprendono un percorso che si discosta dalla ricerca, dalle preoccupazioni e dagli obbiettivi delle avanguardie europee.

La Fondazione Beyeler in proposito ha scritto: “Il periodo preso in esame non riguarda esclusivamente la storia culturale delle avanguardie di primo Novecento e la relativa, sistematica messa in discussione della tradizione. Da un punto di vista geopolitico a quell’epoca andavano formandosi al nord nuovi stati alla cui nascita contribuì la febbrile lotta per la conquista di una loro identità nazionale. Artiste e artisti misero in scena la loro patria e i suoi spazi naturali come simboli dell’identità nazionale e della sua eredità culturale. I soggetti desunti dalla natura, già di per sé impressionanti, assurgevano a emblemi dell’anima della nazione e dei legami con la propria cultura contribuendo in misura decisiva a plasmare l’identità della patria. In tutti questi paesi il sorgere dell’avanguardia nordica era strettamente collegato alla politica che mirava a costruire un’identità nazionale”.

Tom Thomson, Northern Lights, 1916 or 1917 Oil on wood, 21.5 x 26.7 cm National Gallery of Canada, Ottawa, bequest of Dr. J. M. MacCallum, Toronto, 1944 Photo: NGC

La maggior parte di questi artisti ci regalano anche delle pagine di vita decisamente suggestive, ognuna delle quali si intuisce dai dipinti. E’ il caso di Carr che era solita intraprendere lunghi viaggi per ammirare gli insediamenti dei nativi americani, o di Thomson, spirito libero, eccellente nuotatore e pescatore, che si spingeva nel cuore della natura selvaggia dell’Ontario per fare schizzi su schizzi che avrebbe poi completato in studio durante la stagione fredda (Thomson sarebbe morto a soli 39 anni durante un’uscita in canoa, confermando anche nelle tragedia il suo carattere indomito).

Il Gruppo dei Sette (il primo movimento artistico canadese), invece, si concedeva spedizioni più comode nelle aree remote del Paese: avevano trasformato uno scompartimento ferroviario in uno studio viaggiante (sia Carr che Thomson sono in qualche modo legati al Gruppo dei Sette ma non ne sono considerati parte). Per non parlare di Boring che andava molto spesso a dipingere alle isole Lofoten, preferendo l’inverno all’estate

Northern Lights”, curata da Ulf Küster (Senior Curator della Fondation Beyeler) in stretta cooperazione con Helga Christoffersen, (Curator-at-Large e Curator of the Nordic Art & Culture Initiative, Buffalo AKG Art Museum), rimarrà alla Beyeler Foundation di Riehen (Basilea) fino al 25 maggio 2025.

E’ stata organizzata in collaborazione con il Buffalo AKG Art Museum di Buffalo (New York) e per sottolinearne l’importanza la Fondazione Beyeler ha commissionato all’artista contemporaneo danese Jakob Kudsk Steensen la realizzazione di un’installazione a tema. L’opera si chiama “Boreal Dreeams” e consiste in paesaggi virtuali creati da Steensen basandosi su dati scientifici raccolti sul campo e sulla tecnologia del gaming

Harald Sohlberg A House by the Coast (Fisherman’s Cottage), 1906 Oil on canvas, 109 x 94 cm The Art Institute of Chicago, gift of Edward Byron Smith Photo: bpk/The Art Institute of Chicago/Art Resource, NY

Prinz Eugen Orlången Lake, Balingsta 1891 Oil on canvas, 90 x 81 cm Prins Eugens Waldemarsudde, Stockholm Photo: Lars Engelhardt / Prins Eugens Waldemarsudde

Emily Carr, Abstract Tree Forms, 1931/32 Oil on paper, 61.1 x 91.1 cm Collection of the Vancouver Art Gallery, Emily Carr Trust Photo: Vancouver Art Gallery

Hilma af Klint, Sunrise, Preworks for Group III, 1907 Oil on canvas, 95 x 60 cm HaK 37 By courtesy of the Hilma af Klint Foundation

Akseli Gallen-Kallela The Lair of the Lynx (Lokulan), 1908 Oil on canvas, 100 x 80 cm Courtesy of the Faurschou Collection

Akseli Gallen-Kallela  Springnight, 1914 Oil on canvas, 115,5 x 115,6 cm Lillehammer Art Museum, deposited by The Savings Bank Foundation DNB  Foto: Camilla Damgård

Akseli Gallen-Kallela Snowy Cliffs at Kalela, 1901 Oil on canvas, 81 x 55 cm Private Collection Photo: HAM / Hanna Kukorelli

Lawren S. Harris, Lake Superior, ca. 1923 Oil on canvas, 111.8 x 126.9 cm The Thomson Collection at the Art Gallery of Ontario  © Family of Lawren S. Harrism Photo: AGO

Edvard Munch Starry Night, 1922–1924 Oil on canvas,140 x 119 cm Munchmuseet, Oslo Photo: Munchmuseet / Halvor Bjørngård

Iwan Shishkin, Wind Fallen Trees, 1888 Charcoal on canvas, 138 x 201 cm Finnish National Gallery, Ateneum Art Museum Photo: Finnish National Gallery/Hannu Pakarinen

Edvard Munch The Yellow Log, 1912  Oil on canvas, 129,5 x 159,5 cm Munchmuseet, Oslo Photo: Munchmuseet